Gli anni invisibili, Rodrigo Hasbún

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Sommario

Los años invisibles è un romanzo dell’autore boliviano Rodrigo Hasbún, pubblicato originariamente nel 2019 e portato in Italia l’anno successivo dalla casa editrice Edizioni Sur, con il titolo Gli anni invisibili, nella splendida traduzione di Giulia Zavagna.

 

 

Ventuno marzo di ventun anni fa

Era il compleanno di Humberto e tra una chiacchierata con gli amici di sempre e un drink dopo l’altro, Ladislao scoprirà che Joan ha intrattenuto relazioni anche con altri suoi compagni, mentre Humberto scoprirà che la sua ragazza gli ha mentito, nascondendogli la gravidanza; quella discussione sfocerà in una violenta lite, dalla quale il giovane non ne uscirà vivo.

Ventun anni dopo, quella che Julián nel libro chiama Andrea legge un’anteprima del romanzo che il suo vecchio amico sta scrivendo, in cui racconta quegli eventi che hanno condiviso e hanno segnato un prima e dopo nella loro vita: Andrea era rimasta ossessionata da quel giorno, così decise di andare a Houston, che in certe notti somiglia tanto all’America Latina, per raggiungere quel suo vecchio amico e sedersi con lui a un tavolo, per ripercorrere insieme quegli anni vissuti tra le strade di Cochabamba, Bolivia, fatti delle inquietudini di un’adolescenza turbolenta che si scontra con i timori di un futuro alle porte, nascosto dietro i vicoli di una piazza al cui centro c’era una fontana che ha assistito a romantici bagni di mezzanotte, oppure celato sul retro di quel negozio che noleggiava film, che tanto piaceva a Ladislao, un giovane con il sogno di diventare regista.
Quei due giovani ragazzi, oramai adulti, di fronte a un drink acquoso, riavvolgono il nastro del VHS arrugginito dei loro ricordi ripensando a una sera come tante, quando Ladislao incontrò per caso Joan, la sua professoressa d’inglese, arrivata dagli Stati Uniti. Ai suoi occhi la “gringa” era intensa e in grado di sollevarlo dal peso di essere se stesso.
Invece Andrea, a quel tempo si destreggiava tra due genitori anaffettivi, una sorella che aveva cresciuto, sostituendosi a sua madre ed era fidanzata con Humberto, uno dei ragazzi più in vista nella sua scuola. Humberto le voleva bene, ma lei giorno dopo giorno stava voltando pagina e si sentiva stretta in quella relazione.
Ma – parafrasando le parole dell’autore – quello che ognuno di loro è finito per diventare c’entra ben poco con ciò che sono stati fino a quel momento; a definirli infatti, fu ciò che non avevano visto arrivare, furono quegli imprevisti che hanno segnato un prima e un dopo nella loro vita, e quel marzo di ventun anni prima ne è stato pieno. La giovane Andrea infatti scoprì di essere rimasta incinta di una persona con cui non aveva intenzione di condividere più nulla, in una Bolivia non particolarmente avvezza all’aborto; data l’assenza dei suoi genitori, si rivolse a un medico insensibile che portò avanti quella dolorosa procedura, ma il dolore non fu solo fisico, anzi, e lo stato d’animo di quel momento finì per gettarla in una profonda solitudine.
L’amore di Ladislao per Joan, invece, cresceva sempre di più, tanto da averlo convinto ad abbandonare Cochabamba, per seguirla negli Stati Uniti; ingenuamente, date le notti passate a casa sua, i loro incontri sotto le lenzuola del letto in un appartamento pieno di piante, era convinto che lei ricambiasse i suoi sentimenti, ma non era così.
La realtà è che nel mezzo di quegli istanti dolorosi che sono sembrati eterni, questi ragazzi erano troppo giovani per capire che sarebbe bastato affidarsi all’unica forza potenzialmente crudele, potenzialmente curativa, di fronte alla quale nemmeno quelle soffocanti inquietudini avrebbero potuto resistere, e che effettivamente ha finito per avere l’ultima parola: il Tempo, che tra le pagine di questo libro si esprime attraverso i suoi figli, la Memoria e il Futuro. Queste due entità sembra quasi subiscano un processo di personificazione, che li rende le parti di quel dialogo alla base di una narrazione che si rivela un intreccio magistralmente costruito da un autore capace di scolpire una dimensione che in qualche modo è in grado di congelare questo tempo, dando la possibilità al lettore di assaporarlo, di sentire il sapore dolce-amaro di quei ricordi che – come nel caso di Andrea – sono diventati argomento di conversazione con un vecchio amico o – come per Ladislao – una condanna e una prigione eterna.
Nel caso dell’evoluzione del percorso di vita di quest’ultimo, l’autore permette al suo lettore di essere un passo avanti alla storia, quindi di essere consapevole dell’inarrestabile declino verso cui questo personaggio si dirigerà passo dopo passo, aprendo una finestra su quel tanto spaventoso futuro, dunque su un finale che arriva quasi fosse un pugno nello stomaco e che porta con sé molta tristezza, a cui lo scrittore cerca di strappare il suo lettore con la frase “ma questo è il futuro e non importa” e questo tentativo lo si accoglie con quel fragile sollievo di chi si dirige verso qualcosa di inevitabile, che si può solo accettare.
Quando scrivi di alcuni libri, di alcuni autori, ti sembra quasi di fargli un torto, perché le sensazioni che sono in grado di generare rendono superflua, quasi fuori luogo, qualsiasi analisi si possa formulare, e questo libro è così: con Gli anni invisibili, Hasbún ha creato qualcosa che va oltre la letteratura e che arriva con una potenza estrema, che non risparmia il lettore; per quanto abbia cercato di leggere questo romanzo con la massima lucidità, come avrebbe detto Bolaño, “ho sentito addosso tutto il freddo” che si prova quando ci si scontra con quelle cose inaspettate, che ti trovano disarmata. Tuttavia, alla luce di quelle giornate passate a sezionare ogni parola dei miei libri, sono giunta alla conclusione che abbiamo bisogno anche di quei romanzi che riescano a sollevarci dai nostri schemi e sappiano farci emozionare senza controllo.

Claudia Putzu