Il tabù dei capelli afro in America Latina

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Sommario

Durante gli anni della colonizzazione e della commercializzazione degli schiavi, le teste degli africani venivano rasate per portare via la loro cultura e identità.

In risposta alla qualifica di indomabili, sporchi, selvaggi o sensuali che i colonizzatori davano ai capelli degli africani, gli schiavi cominciarono a pettinarli in trecce molto strette e attaccate al cuoio capelluto.

Questi complessi tessuti realizzati con capelli afro furono in seguito utilizzati come forma di comunicazione dove si delineavano percorsi, si disegnavano mappe e si conservavano semi per seminarli in libertà.

La Colombia è il secondo paese dell’America Latina con la più grande popolazione di discendenti afro dopo il Brasile; tuttavia, questa è una delle comunità che vive con i più alti tassi di disuguaglianza sociale in tutte le regioni. La discriminazione, anche in questo secolo, è estesa a tutti i settori, dalle aree in cui poter condurre una vita dignitosa in quanto esseri di pari condizioni, alla conservazione delle tradizioni estetiche del corpo.

Così, la questione dei capelli ricci o afro è al centro di dibattiti in diversi contesti internazionali da ormai vari anni. Ciò che molti considerano oggi una moda o una distinzione esotica della razza, non è altro che la resistenza di migliaia di persone che hanno dovuto fare i conti con la stigmatizzazione per i propri capelli, costrette dal lavoro, dalla pressione sociale, dalle critiche o dal rifiuto, a lisciarsi con prodotti chimici le radici che li legano direttamente alla propria cultura.

I capelli afro erano della massima importanza per i neri ridotti in schiavitù, con essi costruivano percorsi o mappe per guidarsi quando scappavano dai loro oppressori e conservavano semi di grano da seminare nei loro territori, quindi quando erano costretti a tagliarsi i capelli o sottoporli a trattamenti con prodotti chimici per lisciarli, veniva rubata la loro identità.

Sebbene queste manifestazioni non siano nuove, portare i capelli afro è un atto politico il cui apice è stato alla fine degli anni Sessanta con il movimento “Black Power”. Bisogna anche considerare che, ancora oggi, nel momento in cui la persona decide di far crescere i propri capelli naturali e fare quella che è stata considerata una “transizione”, si trova ad affrontare una serie di stigmi con cui emerge la concettualizzazione della bellezza, prevalentemente eurocentrica e basata su standard lontani.

Nei Caraibi e nel Pacifico colombiani sono emersi una serie di movimenti intorno alla difesa dell’identità, che hanno avuto eco in tutte le regioni del Paese, dimostrando l’unione che genera qualcosa di naturale e semplice come i capelli.

Rayza de la Hoz

Tra questi, il Collettivo “Mata ‘e Pelo” diretto da Rayza de la Hoz, a Guajira, il quale, attraverso l’insegnamento di acconciature ancestrali, usi, significati e modelli dei turbanti afro, racconta che “il termine mata ‘e pelo nasce da espressioni dei nostri antenati, che definivano i capelli afro un grande cespuglio (albero), frondoso, incontrollabile e riccio, che richiedeva cure particolari per la sua condizione riccia, abbondante e diversificata”.

Spicca a Cartagena anche “Pelo Bueno”, capitanato da Cirle Tatis, secondo cui “le donne nere sono state convinte che i capelli ricci o le trecce siano ‘capelli cattivi’, che sono associati alla povertà, all’inadeguatezza, alla bruttezza, alla bassa provenienza sociale, a cose dispregiative. Ci costringono ad allisciarli fin dalla giovane età, ma non possiamo negare che questa sia una pratica coloniale, una pratica di razzismo coloniale”.

Nel frattempo, dal Pacifico, Gianna Ramos, assicura che “l’autoriconoscimento è un percorso individuale, in cui ogni persona deve decidere a che ritmo seguire il proprio processo. Portare i capelli afro è un modo molto bello per andare contro i canoni della bellezza, molte donne assumono i capelli come simbolo di lotta e fermezza che li rappresenta e li collega alle loro radici, ma per raggiungere questo livello di accettazione hanno dovuto mettere da parte tante paure e insicurezze imposte dalla società”.

È chiaro che non è necessario imporre i capelli afro o ricci come campione identitario, non si tratta di seguire ciecamente una tendenza, ma di aver trovato una propria rinascita e di poter godere del diritto e la libertà di mostrare i propri capelli, ricci o lisci che siano.