Frammenti latinoamericani del 2022

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Sommario
San Paolo, foto di Diego Battistessa

Che questo 2022 in America Latina sarebbe finito in modo burrascoso era già chiaro dopo quanto successo in Perù a inizio dicembre. Un cambio alla presidenza del paese con un tentativo di Colpo di Stato (auto Golpe) del poi deposto e arrestato Pedro Castillo, immediate proteste partite dalle zone rurali vicine al presidente contadino, morti, feriti e un ambiente da guerra civile. In Argentina, Cristina Fernandez de Kirchner, dopo essere scampata a un attentato a inizio settembre, è stata condannata per corruzione il 6 dicembre in una sentenza che ha diviso il paese. Ora, a pochi giorni dalle immagini di Messi e compagni che alzano per le strade di Buenos Aires la coppa del mondo di calcio vinta in Qatar, anche il presidente argentino Alberto Fernández viene trascinato in un “guaio” legale dall’opposizione. A fare da contraltare in Argentina, le belle notizie dei due nipoti (il 131 e il 132) ritrovati dalle Nonne di Plaza de Mayo, guidate da Estela de Carlotto. La stessa storica e riconosciuta attivista per i diritti umani che, nonostante le note differenze di posizioni, aveva dato un emotivo commiato ad Hebe de Bonafini, una delle indimenticabili fondatrici delle Madri di Plaza de Mayo, scomparsa a novembre 2022. E se di scomparse vogliamo parlare, oltre a quella dell’essenza stessa del calcio chiamata Pelé (avvenuta ieri a San Paolo), questo 2022 è stato particolarmente funesto. Pochi giorni prima di Natale è morta all’età di 89 anni Blanca Segovia Sandino: un cognome impossibile da dimenticare per chiunque abbia anche solo “passeggiato” nella storia recente dell’America Latina. Si tratta infatti della figlia e unica erede del Generale Augusto Nicolás Calderón Sandino, il combattente rivoluzionario che guidò la resistenza patriottica nicaraguense contro l’occupazione degli Stati Uniti d’America nel secolo scorso. Prima (a novembre) ci avevano lasciato anche il cantautore cubano Pablo Milanés (79 anni) e la brasiliana Gal Costa (77 anni): due giganti della musica latinoamericana. Una lista che potrebbe continuare ma visto che questo articolo non vuole essere un necrologio ci fermiamo qui.

A livello politico le vittorie di Lula in Brasile e di Gustavo Petro in Colombia hanno ridato vigore alla cosiddetta “Marea Rosa” e aperto nuove prospettive di comunione regionale d’intenti per il 2023. Sfida particolarmente difficile in Cile, dove il governo Boric deve fare i conti con il no al plebiscito per l’approvazione della nuova costituzione (di settembre) e riorganizzare un cammino di riforma per il paese, che ha vissuto anche in questo 2022 degli sprazzi di protesta. Proteste che sono arrivate fino a Panama nel luglio scorso, dove l’onda lunga dell’invasione russa dell’Ucraina ha creato un’inflazione fuori controllo per i beni di prima necessità e soprattutto per la benzina. Rimanendo in centroamerica, ha fatto scuola la strategia del pugno duro di Bukele contro le “Maras”, militarizzando il Salvador e sospendendo le libertà costituzionali. Xiomara Castro, presidentessa dell’Honduras sta seguendo le sue orme, dando ragione a una narrazione sempre più caudillista dell’azione di governo. Il Nicaragua, ostaggio della coppia Ortega-Murillo, ha fatto in questo 2022 “piazza pulita” di ogni opposizione, dichiarando negli ultimi mesi una vera e propria guerra frontale contro la Chiesa cattolica (accusata di terrorismo). Violenza che ha scosso anche l’Ecuador guidato da Guillermo Lasso dove la guerra alle bande criminali è nel suo momento più duro: massacri nelle carceri e autobombe a Guayaquil testimoniano la gravità della situazione. La Bolivia è scossa da diatribe interne al partito di governo (accesa lite tra l’attuale presidente Arce e l’ex presidente Evo Morales) e da lotte senza esclusione di colpi con l’opposizione: il 28 dicembre è stato arrestato il governatore del dipartimento di Santa Cruz (oppositore al governo del MAS), Luis Fernando Camacho. Se di violenza parliamo, non possiamo non citare Haiti, dove la situazione è fuori controllo e dove si sta immaginando una nuova missione internazionale per “pacificare” un paese dove la stessa ONU dovrebbe fare più di un mea culpa. A poche miglia nautiche si trova Cuba, frastornata dalle proteste e ancora di più dall’efferata repressione delle stesse da parte dell’erede dei fratelli Castro, Díaz-Canel.  Ma Cuba è anche protagonista in questo anno del più grande esodo migratorio che l’isola ricordi, notizia purtroppo sotto traccia nei nostri media. Esodo migratorio che non si ferma neanche in Venezuela (più di 7 milioni di migranti secondo l’UNHCR), nonostante alcuni segnali di ripresa economica derivanti anche dalla fine dell’isolamento diplomatico di Maduro. L’erede di Chávez ha infatti tratto molto vantaggio dalla guerra in Ucraina e dalla vittoria di Petro in Colombia, riuscendo a ricucire (almeno in parte) lo strappo con gli USA (che hanno bisogno del petrolio venezuelano) e riaprendo le rotte commerciali con Bogotá. Importante menzionare anche il Vertice delle Americhe che si è realizzato a Los Angeles tra il 6 e il 10 giugno, spartiacque per importanti decisioni migratorie a livello regionale e banco di prova per le nuove alleanze delle sinistre latinoamericane: scenario nel quale il presidente del Messico ha provato ad aumentare la sua influenza regionale. E poi lontano, come un suono costante ma che si può sentire in modo nitido solo se c’è silenzio, troviamo le infinite lotte indigene per la sopravvivenza della casa comune. Dal Messico fino alla Patagonia, anche quest’anno è stato segnato da massacri, espropriazioni, abusi e menzogne nei confronti di coloro che sono rimasti tra gli ultimi a difendere la Madre Terra. In questo senso, il tremendo caso del duplice omicidio del giornalista britannico Dom Phillips (57 anni) e dell’indigenista brasiliano Bruno Pereira (41 anni) ad agosto in Brasile, ha accesso (anche se per poco) i riflettori internazionali su una situazione indignante e che sembra sempre più senza ritorno. Il premio Goldman (conosciuto anche come il Nobel per l’ambiente) per il Sud America è stato assegnato quest’anno a due attivisti ecuadoregni, gli indigeni A’i Cofán Alex Lucitante e Alexandra Narváez che hanno guidato un movimento indigeno per proteggere il territorio ancestrale del loro popolo dall’estrazione dell’oro. Una corsa, quella alle risorse, che continua su tutti i fronti della regione e che ha portato per esempio al disastro ecologico causato da Repsol in Perù proprio ad inizio anno.

Altra costante è stata la guerra al narcotraffico che ha visto accadimenti importanti in Messico e Colombia tra gli altri. A luglio la Drug Enforcement Agency (DEA) degli Stati Uniti ha partecipato alla cattura in Messico del narcotrafficante Rafael Caro Quintero, considerato uno dei latitanti più ricercati del mondo. Una grande vittoria che però non ripaga la morte di Marcelo Pecci, fiscale antidroga paraguaiano, giustiziato davanti alla moglie durante la sua luna di miele in Colombia a inizio maggio.

Insomma, se guardiamo a questo 2022 in America Latina vediamo tanto populismo, crisi economica, corruzione, violenza, disuguaglianze eterne (aumentate dopo il Covid-19), depredazione delle risorse naturali e una crescente impunità. Un panorama nefasto che però non ha ucciso la speranza, il sentimento di insorgenza e ribellione, l’arte, la creatività, la capacità di unirsi e unire, l’idea che Sigan ustedes sabiendo que, mucho más temprano que tarde, se abrirán las grandes alamedas por donde pase el hombre libre para construir una sociedad mejor (Salvador Allende).

Diego Battistessa