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Il Gran Burundún-Burundá è morto, Jorge Zalamea

Sommario

E saranno allora più docili con chi razionerà loro la fame,

amministrerà il sonno, ripartirà la fatica,

misurerà il riposo e controllerà l’estro.

 

Il Gran Burundún-Burundá è morto (traduzione di Alberto Bile Spadaccini, Edizioni Arcoiris) è un libro tremendamente necessario ancora tutt’oggi. In questo piccolo seppur immenso capolavoro, Jorge Zalamea deride, mette alla berlina la fallacia e la futilità della retorica demagogica, descrivendo con precisione chirurgica gli incubi e gli aspetti più oscuri e terrificanti del potere dittatoriale. Il Gran Burundún-Burundá è morto si apre con una precisa e dettagliata descrizione del corteo funebre di uno spietato e inquietante dittatore – Burundún-Burundá appunto – che marcia a ritmo serrato sotto una pioggia incessante e battente, simboleggiante la caduta stessa del grande tiranno.

Jorge Zalame BordaGli anni Settanta segnano una tappa importantissima per l’evoluzione del romanzo incentrato sulla figura del dittatore in America Latina. Questa evoluzione è caratterizzata da almeno due sviluppi significativi: il primo incentrato sul cambiamento di prospettiva attraverso il quale il dittatore viene visto e percepito; il secondo corrispondente a una nuova attenzione sulla vera natura di quest’ultimo. Negli anni Sessanta, questo tipo di romanzo si limitava in genere a identificare il sovrano nell’archetipo del tiranno spietato. Successivamente, però, grazie a una più recente innovazione di prospettiva, il dittatore diviene il vero protagonista della narrazione, e autori quali Roa Bastos (Io il Supremo, 1974), García Márquez (L’autunno del patriarca, 1975), e Carpentier (Il ricorso del metodo, 1974), iniziano a esaminarne la figura “desde dentro“. Il lettore, in tal modo, è in grado finalmente di accedere direttamente ai pensieri più intimi, ai sentimenti più profondi; insomma, al mondo interiore del dittatore. Il dittatore-protagonista, pertanto, non si configura più come figura unidimensionale, simbolo dei mali dello strapotere, bensì è un essere umano tremendamente complesso, la cui psicologia deve essere indagata con estrema cura. Per quanto concerne l’opera di Zalamea, quindi, non si può di certo dire che negli anni Cinquanta l’autore abbia anticipato la suddetta tecnica narrativa. Il Gran Burundún-Burundá è morto (1952), infatti, è ancora un romanzo completamente incentrato sullo studio del potere dittatoriale, sulla derisione satirica dei mezzi utilizzati dal protagonista al fine di raggiungere i suoi loschi obiettivi, più che un libro dotato di un profondo e complesso scavo psicologico. Tuttavia, a Zalamea si deve l’aver anticipato il romanzo come veicolo per un esame attento e preciso dell’essenza del linguaggio. Il focus sul testo passa dalla mera funzione referenziale del linguaggio (in riferimento alla realtà esistente al di fuori del contesto del romanzo) alla funzione poetica (ossia a un’enfasi sul linguaggio in sé), e alla fine Zalamea, come molti autori degli anni Settanta, giunge a confrontarsi non solo con la realtà storica delle dittature latinoamericane, ma anche con il senso ultimo – o la mancanza di senso – di ogni espressione linguistica.

Il linguaggio è, infatti, un elemento centrale che ricorre costantemente ne Il Gran Burundún-Burundá è morto. È proprio privando i propri sudditi dell’uso della parola che il terribile despota riesce ad annientare le loro coscienze, a far sì che essi, pian piano, smettano completamente di pensare lucidamente, di avere delle opinioni, di compiere decisioni, di ribellarsi così al suo potere. E, come in ogni dittatura che si rispetti, il grande tiranno fa anche largo uso di una propaganda serrata, studiata, ragionata, onnipresente nella vita dei cittadini, che sia in grado di rendere le proprie menti confuse, apatiche, abituate alla violenza e al dolore, sia fisico che morale. I sudditi di Burundún divengono a poco a poco delle bestie senza capacità di esprimersi a parole, privi di un linguaggio proprio, capaci soltanto di proferire suoni animali, incomprensibili. Questa è la volontà del dittatore spietato:

“Prendano a piangere se hanno fame; a tossire se hanno freddo; a muggire se sono in calore; a cinguettare se sono felici; a russare se dormono, a chicchiriare se si svegliano; a ragliare se si entusiasmano; a guaire se bramano e a ringhiare se si infuriano, ma non facciano l’uno con l’altro indecente inventario dei propri desideri, né si eccitino sediziosi fomentandosi con parole”.

Ma queste parole, a noi lettori, non dovrebbero suonare sconosciute, lontane, appartenenti a un’epoca altra. Tutt’altro, anzi. Alla luce di ciò che ancora oggi succede nel mondo, Zalamea rappresenta un faro luminosissimo, intenso, inestinguibile. Perché la politica dittatoriale potrà anche simboleggiare tempi e governi passati, arcaici, antichi, ferali, ma le dittature non sono ancora morte né sepolte negli abissi della nostra società. Se è vero che esiste un diritto alla parola, è vero anche che esso può essere revocato in qualunque momento, in qualunque area geografica, da parte di chiunque sia abile ad amministrare le coscienze, a infondere odio e violenza nelle anime di esseri umani che, per definizione, sono deboli e inclini alla corruzione dell’anima. Ecco allora che libri come Il Gran Burundún-Burundá è morto diventano indispensabili per risvegliare le nostre menti spesso volutamente atrofizzate – da noi stessi o da chi è più “grande” di noi – e per infondere, inoltre, la speranza che tutti i mali del mondo possano terminare in una grande e fragorosa risata.

Non tutto è perduto, non ancora.

Sara D’Antoni

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