Negli ultimi anni, il nome “Lev Tahor” ha attirato l’attenzione e scaturito polemiche a livello internazionale. Questa setta religiosa ultraortodossa, fondata negli anni ’80 in Israele da Shlomo Helbrans, ha suscitato preoccupazioni per le sue pratiche restrittive, il suo isolamento sociale e accuse di abusi e sfruttamento. Dopo essersi spostata tra diversi Paesi, tra cui Canada, Stati Uniti e Messico, la comunità si è stabilita in Guatemala, dove ha recentemente vissuto un momento di forte tensione con le autorità.
Le origini e le pratiche di Lev Tahor
Lev Tahor, il cui nome significa “Cuore puro” in ebraico, è una comunità religiosa che segue un’interpretazione estremamente rigida dell’ebraismo. La setta promuove uno stile di vita isolato e austero, imponendo ai suoi membri un codice di condotta molto severo. Le donne, ad esempio, devono indossare lunghi abiti neri che coprono tutto il corpo, inclusi i capelli, mentre agli uomini è richiesto di dedicare gran parte del loro tempo allo studio religioso.
Le critiche a Lev Tahor si concentrano su accuse di controllo coercitivo, matrimoni combinati con minori, abusi fisici e psicologici, e una totale separazione dalla società esterna. Queste accuse hanno portato a diverse indagini e operazioni legali in vari Paesi, ma il gruppo è noto per il suo spostarsi rapidamente da una nazione all’altra per sfuggire alle autorità.
L’arrivo in Guatemala
Nel 2014, Lev Tahor si è trasferita in Guatemala, stabilendosi inizialmente nella regione di Santa Rosa e successivamente in comunità remote del Paese. La scelta del Guatemala non è casuale: la legislazione del Paese è percepita come meno rigida in termini di controllo sulle organizzazioni religiose, e le zone rurali offrono una maggiore possibilità di isolamento. Tuttavia, la presenza della setta non è passata inosservata, soprattutto per le denunce di ex membri e organizzazioni per i diritti umani che segnalano abusi e condizioni di vita difficili per i bambini all’interno del gruppo.
L’intervento della polizia a dicembre
Il caso di Lev Tahor ha raggiunto un punto critico in Guatemala a dicembre 2024, quando le autorità locali, supportate da organizzazioni internazionali, hanno avviato un’operazione per prelevare diversi bambini dalla comunità. L’intervento è stato motivato da accuse di abusi sui minori, tra cui matrimoni forzati e maltrattamenti fisici ed emotivi.
Secondo quanto riportato dai media, l’operazione è stata complessa e ha incontrato una forte resistenza da parte dei membri della setta, che hanno tentato di ostacolare le autorità. La polizia, tuttavia, è riuscita a portare in salvo alcuni bambini, che sono stati poi affidati ai servizi sociali per essere protetti e sottoposti a cure psicologiche.
L’evento ha acceso un dibattito a livello internazionale sulla difficoltà di intervenire in situazioni che coinvolgono gruppi religiosi estremisti. Da un lato, c’è la necessità di proteggere i diritti dei bambini e di prevenire abusi; dall’altro, le operazioni di questo tipo devono affrontare questioni complesse legate alla libertà religiosa e alla sovranità nazionale.
Le reazioni della comunità internazionale
L’operazione in Guatemala ha suscitato reazioni contrastanti. Organizzazioni per i diritti umani hanno elogiato l’intervento come un passo necessario per proteggere i bambini, mentre alcuni rappresentanti della comunità ultraortodossa hanno criticato l’azione come un attacco alla libertà religiosa. Allo stesso tempo, diversi ex membri di Lev Tahor hanno espresso gratitudine verso le autorità guatemalteche, denunciando pubblicamente le condizioni oppressive all’interno della setta.
Il caso di Lev Tahor evidenzia le sfide nel bilanciare il rispetto per la libertà religiosa con la necessità di proteggere i diritti fondamentali, in particolare quelli dei bambini. Mentre le autorità guatemalteche e internazionali continuano a monitorare la situazione, rimane la domanda su come affrontare in modo efficace le dinamiche di controllo e abuso all’interno di gruppi religiosi isolati.
L’episodio rappresenta un monito sulla necessità di una cooperazione globale per prevenire abusi e garantire che i diritti umani siano rispettati, indipendentemente dal contesto culturale o religioso.