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Briciole di pane, Azriel Bibliowicz

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Escritor Azriel BibliowiczIl 24 gennaio, nella biblioteca dell’Istituto Italo Latinoamericano di Roma, durante l’evento organizzato in collaborazione con l’Ambasciata colombiana in Italia e che ha visto la presenza dell’ambasciatrice Ligia Margarita Quessep, è stato presentato il romanzo Briciole di pane, scritto dall’autore colombiano di origine ebraica Azriel Bibliowicz e pubblicato dalla casa editrice Le Lettere, nella traduzione di Martha Canfield, curatrice della collana “Latinoamericana” di cui questo volume è parte. Tra frasi spezzate che cercano se stesse e una narrazione nervosa nata dai ricordi di chi ha visto il suo percorso di vita incrociarsi con quello del protagonista, Josué, l’autore riesce ad unire il dramma della Shoah con quella serie di rapimenti che hanno tormentato la Colombia per decenni, mentre con grande sensibilità, si appresta a condurre chi legge in un percorso fatto di comprensione e rielaborazione del dolore, che prende le mosse dall’esperienza umana, individuale e collettiva, della tragedia, spettro nelle vite di ognuno di noi, sottolineando l’importanza di saper andare oltre, superarla, ma anche di custodirne la memoria.

Colombia, anni Ottanta.

Prima di essere rapito, Josué voleva fare l’attore per un pubblico che avesse avuto l’innocenza di non esigere alcunché, in grado di godersi il nuovo: i suoi bambini, suo figlio Samuel e Ester, la figlia di Moisés che considerava sua nipote. In Europa, non mise mai in piedi la sua compagnia e se ne andò in America, dove il suo talento fu speso nella persuasione di quei clienti che entravano nella sua orologeria; per lui era una farsa vendere quegli orologi, ma la gente usciva sempre contenta da quella porta, con la promessa di ritornare in quel negozio, per ricevere la cortesia di quell’uomo che nella Colombia narrata tra le pagine di Briciole di Pane, aveva scelto di ricominciare, insieme a Leah, sua moglie, e ricreare degli spazi, per lui la cosa più simile a quei palchi che non aveva mai potuto calcare, dove interpretare la parte di un commerciante capace, ma anche dove ragionare e venire a patti con quella grande tragedia che portava nel cuore, perché in un’altra vita, dall’altra parte del mondo, gli occhi di Josué furono testimoni di uno dei più grandi orrori dell’umanità, l’olocausto.
Quei suoni, quel freddo gli erano rimasti addosso come fossero una veste invisibile che si mostrava nei silenzi in cui, Samuel ricorda, suo padre aveva deciso di chiudersi dopo l’ennesima accusa ingiusta da parte della comunità ebraica di essere un collaborazionista dei nazisti, mentre le ansie e i timori di sua moglie erano raccolti in una valigia sotto il letto, già pronta nel caso avessero dovuto lasciare all’improvviso quel posto nel mondo che si erano costruiti a fatica e che di lì a poco sarebbe stato sostituito da un’altra dimensione in cui Josué avrebbe potuto coltivare la sua memoria, per trasmetterla poi a suo figlio Samuel e a Ester. Da questo punto della narrazione, tra le pagine di Briciole di pane viene a crearsi uno spazio narrativo che si articola in quelle stanze  che danno il nome a ogni capitolo del libro. Tra esse quella de “Il teatro del tempo”, dove il protagonista ammira i suoi almanacchi, che se da un lato volevano essere un insegnamento per suo figlio, affinché imparasse a guardare il passato per analizzarne i particolari e da essi iniziare a tracciare nuovi percorsi nel presente, dall’altro ricalcano un espediente letterario che trova un precedente in un “maestro respinto”, che la letteratura a cui l’opera di Bibliowicz è ascritta voleva superare e che si manifesta nella forma più evidente nell’Almanacco delle rotture, in seno al quale si sviluppa una concezione ciclica del tempo, che abbraccia tutte le vittime della violenza organizzata della storia, non solo affinché non vengano dimenticate, ma forse nella speranza che questo spiacevole corso e ricorso degli eventi sia in realtà il motore di un incessante ruotare attorno all’asse della Storia, nella speranza che esso si consumi, dunque che venga a crearsi un nuovo percorso su questa Terra, dove non ci sarà una seconda possibilità per queste tragedie.In una narrazione polifonica, con cui l’autore ci porta al cuore delle turbe di questo personaggio avvolto nel tentativo di costruire – in accordo con quello che forse era stato l’unico insegnamento impartitogli dall’orrore da lui vissuto – il suo paradiso sulla terra, per sfuggire all’ombra che il ricordo dei lager aveva gettato sulla sua esistenza e quella dei suoi figli, ma che riesce ancora a riporre una speranza in una briciola di umorismo, si nasconde un ricettacolo di parole estrapolato da un contesto fatto di dita puntate, di discriminazioni, dove non rientrare nell’ideale di “razza superiore” era considerato un crimine e attraverso il quale  si esprime la grande crudeltà consumatasi in tempi non sospetti e che ha scritto una pagina oscura della Storia, risuonante nelle menti di chi non l’ha vissuta, ma l’ha appresa dai libri o ascoltata dalle testimonianze di chi l’ha subita sul proprio corpo e che ancora ne porta i segni, mentre si ritrova al centro di un’invisibile lotta quotidiana, che vuole fare in modo che quella memoria dalla quale non si può sfuggire diventi impegno, affinché quanto accaduto non si ripeta mai più e per evitare che le atrocità compiute in diverse parti del mondo cadano in quell’oblio con cui ci si lavano le mani gli assassini.

Claudia Putzu

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