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[…] e, non lontano, tra casette

abusive ai margini del monte, o in mezzo

a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi

leggeri come stracci giocano alla brezza

non più fredda, primaverile.

 

foto francisco magallanesSi intrecciano così, quasi viaggiassero su reti invisibili, i versi della poesia di Pier Paolo Pasolini con le storie dei ragazzi che percorrono le vie sgarruppate di un quartiere d’estrazione popolare della cittadina di La Plata, a cinquanta chilometri da Buenos Aires, raccontate tra le pagine de El Palomar, cinquantottesimo volume della collana Gli Eccentrici, curata dalla casa editrice salernitana Edizioni Arcoiris, che accoglie tra i suoi autori lo scrittore ed editore argentino Francisco Magallanes, la cui voce in questo libro cede il passo a una cadenzata polifonia in grado di trasportare chi legge in un quartiere di tifosi e autisti, tra amori fugaci e viscerali amicizie, tra soldi e piombo.

Nel Palomar – la piccionaia – tutto ciò che si poteva fare era guidare e ballare. Di giorno, i ragazzi del quartiere, amici di infanzia, si trovavano nelle remiserías, agenzie private di noleggio veicoli, guidando per pochissimi spicci – a volte neanche quelli – le automobili lavate abusivamente nel parcheggio dell’Avvocato; di notte si radunavano tra gli striscioni – che a Smilzo piaceva tanto dipingere – delle tifoserie delle due squadre che competono nello stadio della città, per ritrovarsi poi nei malmessi bar, cercando di incrociare lo sguardo delle ragazze sedute al bancone. Lì suonava la cumbia villera, bella e da ballare abbracciati, per cedere infine alla passione, piccola parentesi prima che la silhouette di quella donna bramata, adagiata sullo stipite della porta, sparisse dinanzi agli occhi assonnati. La vita proseguiva tra quelle strade, in una placida staticità e un frustrante immobilismo, tra l’obbligata necessità di dover sopravvivere grazie a quei lavori rimediati e il desiderio di fare il salto, per cambiare vita, come aveva provato a fare Pompy, entrato in un giro di affari che forse lo avrebbe fatto diventare il capo degli Ultras o aiutato ad arricchirsi, peccato però per quell’atto di “strafottenza” verso quel poliziotto che gli ha puntato la pistola, per portarlo poi in Canada (in prigione).

Si scrivono così i versi di una poesia – dal verso rifiutata – dedicata a delle vite così sole, coinvolte o intrappolate in un andare lento ma vorticoso che ruota attorno al momento in cui anche il loro sogno più vivo si è spento, per un lavoro finito male, a conferma di un qualcosa che era già scontato in partenza: sotto quella «luna di squallide periferie» che piange per i suoi eroi e i suoi martiri, non c’era, non c’è e mai ci sarà una vera salvezza per nessuno di loro.

Ma salvarli non è mai stato obiettivo dell’autore. Non un tentativo di rivincita degli ultimi è contemplato nelle settantadue pagine (tradotte magistralmente da Raul Schenardi) di cui si compone il libro, ritratto di una realtà fragile, che vede i percorsi di vita di questi ragazzi intrecciarsi con la miseria che gli è toccata in sorte, sospesi tra la rassegnazione e quel barlume di resistenza che oppongono a un destino già segnato, quanto più ad emergere sono l’innovazione linguistica e strutturale proposte dal romanzo in cui vi è l’attingere a un ricettacolo di termini tratti da un misto di argot e lunfardo, parlata locale dei quartieri popolari argentini, ormai quasi sparita, che sopravvive in quegli angoli relegati ai margini delle grandi città da un lato, e il dialogo tra la poesia e la prosa dall’altro: le due direttrici, insieme, contribuiscono a delineare quello che è il risultato– banalmente – più bello che l’autore ha ottenuto con El Palomar: restituire al lettore il racconto dell’anima di un luogo. E il concetto di anima degli spazi – letterari – ha radici che risalgono agli albori di una letteratura che si scontrava con delle ambientazioni, nell’immaginario ormai consolidate, adoperate come – si riprendono non letteralmente le parole di Carpentier – scenografie già fatte; lo spazio latinoamericano no, esso vive «un processo di simbiosi, di amalgama, di trasmutazioni», frase che perfettamente si sposa con l’esperimento di Magallanes, il quale va ben oltre la mera descrizione di un contesto da lui ben conosciuto, per recuperare invece l’essenza del Palomar, nella sua sfumatura più silenziosa e malinconica, che accompagna lo sviluppo dei personaggi lungo tutta la vicenda, osservando le loro turbe, ammirandone le speranze e gli slanci. Sfumatura che in qualche modo anche l’autore fa propria, scegliendo di spogliarsi del ruolo di narratore, sia esso onnisciente o testimone, per lasciare ai soli protagonisti e al linguaggio in cui si esprimono la prerogativa di rappresentare la loro realtà e limitarsi dunque ad osservarli mentre, arrampicati sulle punte di ferro incrostate nel cemento, si raccontano a un sole ormai stanco, che affoga nel fiume.

Claudia Putzu

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