Fra le tue dita gelate. Racconti fantastici, Francisco Tario

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Sommario

Fra le tue dita gelate. Racconti fantastici è la prima raccolta di racconti di Francisco Tario a essere approdata in Italia, nella traduzione di Raul Schenardi, grazie alla casa editrice Safarà Editore, che con questa coraggiosa scelta editoriale consente al pubblico italiano di conoscere una delle voci più belle e struggenti della letteratura ispanoamericana del secolo scorso.

Francisco Tario, pseudonimo di Francisco Peláez Vega, nato nel 1911 a Città del Messico e morto nel 1977 a Madrid, è uno di quegli autori che si è sempre mantenuto lontano dai circoli letterari messicani dell’epoca, di conseguenza da quell’idea di letteratura (e dall’impegno che avrebbe dovuto assolvere) che circolava tra gli intellettuali di quegli anni; María Cecilia Ferreira Prado, ricercatrice presso l’Università delle Isole Baleari, nel suo La noche fantástica y fabulística de Francisco Tario, individua in quel suo restare a distanza dalla scena letteraria la ragione per cui la sua opera è rimasta nell’ombra per così tanto tempo, così come ne è rimasto celato il suo carattere innovativo.

L’autore messicano crea una narrativa che si stacca totalmente da quella letteratura, a tratti in stile pamphlet, altamente politicizzata, allora tanto in voga, in favore di una letteratura dove regna la sua visionarietà, l’allegoria, e dove trovano accoglienza elementi del fantastico, che lo rendono accostabile alle tendenze letterarie della zona rioplatense e, per estensione, consentono di inserirlo in quel “canone” rappresentato da autori come Borges, la cui risonanza in quest’opera è evidente.

Il grande autore argentino, in Rovine circolari, racconto contenuto nella raccolta Finzioni, scrive: “L’uomo, nel sogno e nella veglia, meditava sulle risposte dei suoi fantasmi, non si lasciava ingannare dagli impostori, scorgeva in certe perplessità, una crescente intelligenza”.

Con Fra le tue dita gelate. Racconti Fantastici, il cui titolo è ripreso dal racconto eponimo, Francisco Tario conduce il lettore in un’affascinante dimensione onirica, popolata da personaggi avvolti in una voluta condizione di marginalità, presenze fantasmatiche, le cui storie si sviluppano sullo sfondo di atmosfere notturne e non, tra lo scintillio delle stelle, il fruscio del vento tra gli alberi, lo sciabordio delle onde; a queste immagini idilliache, se ne aggiungono altre enigmatiche, a tratti gotiche.

Dedicata alla sua amatissima moglie, è un’opera estremamente difficile da sintetizzare, poiché in questi sedici racconti, vengono illustrate le vicende più disparate: si passa da un piccolo primate che risale dalle tubature, a un forte legame fra un cavallo e una graziosa ragazzina; da un antropofago, a una famiglia di migranti che perde la vita in mare; da una madre che ammira il suo bambino dalla testa gigante su un balcone, a una vecchia nel cortile, cosciente del fatto che i suoi giorni stanno per finire; allo stesso modo, ci si trova di fronte a una narrazione densa, che dona tanti spunti di riflessione. Tra queste storie c’è un filo conduttore, costituito dall’abilità di Francisco Tario di spogliare i suoi personaggi dell’involucro (il corpo) che li contiene: il lettore che li osserva attraversare quei luoghi, che – parafrasando Borges – non sapranno mai che se ne sono andati, si confronta direttamente con la loro psicologia; vi è lo svilupparsi di una grande empatia che lo rende complice del tentativo dell’autore di strappare questi fantasmi dall’oblio.  Cortázar scriveva: “Ci sono cose che al tempo non è concesso, nonostante la sua capacità distruttiva, cancellare e sono i bei ricordi, i volti del passato, le ore in cui si è stati felici”: dando la parola a quelle anime disperse nell’indefinito, in Fra le tue dita gelate, riesce a creare una narrazione che, anche solo per un istante, spezza il confine tra il mondo dei morti e quello dei vivi, tra il sogno e la realtà e tra queste entità nasce uno struggente dialogo, che trascende qualsiasi coordinata spazio-temporale. Eppure, nonostante le descrizioni dettagliate e avvolgenti, nonostante la maestria adoperata nel tessere una fitta rete di figure di suono e significato, il senso dei testi di Tario è in ciò che non dice. La sfida più grande, ma anche la più bella – e ciò che consente di sviluppare un legame totalmente personale con quest’opera – nella lettura di questo prezioso autore, è quella di cogliere questo “non detto”.

La sua “poesia” è complessa e richiederebbe un’analisi molto più approfondita. Nella sua complessità, tuttavia, riesce a parlare a tutti: in quell’affresco allegorico da lui dipinto, si è abbracciati da un senso di malinconico infinito, e ci si immerge in un mondo da cui sarà difficile tornare indietro. Autori come Tario mi rendono grata alla vita, per avermi condotta nei labirinti della letteratura ispano-americana; non ho dubbi, quando dico che conoscerlo, addentrarmi nel suo universo, sia stata una delle più appassionanti esperienze che la letteratura mi abbia mai donato. Il suo mondo, la sua realtà “tra parentesi” già mi mancano; mi consolo con la frase che chiude Il lupo della steppa di Hesse: «Siamo in un teatro magico, e qualora tu abbia voglia di imparare a ballare il tango o conversare con Alessandro Magno, sarà sempre qui a tua disposizione».

Claudia Putzu

*Tutte le citazioni sono tradotte dall’autrice