La casa di Mango Street, Sandra Cisneros

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Sommario

Ci si può addormentare e svegliare ubriachi di cielo e il cielo ci può far sentire al sicuro quando si è tristi.

Pubblicando La casa di Mango Street, scritto da Sandra Cisneros e nella traduzione di Riccardo Duranti, la casa editrice romana La Nuova Frontiera ha riportato sulla scena letteraria italiana, nel 2021, un classico intramontabile della letteratura, con cui l’autrice, considerata una delle più grandi esponenti della letteratura messicana e chicana, ci porta – come scrisse Roberto Burgos Cantor in Lo Amador – in un “angolo stretto di questa terra di merda”, a Mango Street, quartiere dov’è raccolta la comunità latina e dove “chi non sa, ha paura ad entrare”, osservato dal punto di vista di Esperanza Cordero, arrivata lì con la sua famiglia da piccola, dopo la rottura delle tubature nella loro vecchia casa.
Se ci sono cose della sua infanzia passata tra quelle strade che la protagonista mai dimenticherà, beh, sono i momenti passati ad ascoltare e fare proprie le speranze di suo padre, che giurava un giorno avrebbero vissuto in una casa bellissima, penserà ai capelli di sua madre, che profumavano di pane, a sua sorella, che ha sempre cercato di tenere fuori dai guai, a sua nonna, come lei nata sotto il segno del cavallo, che nel calendario cinese porta sfortuna, ma il fatto è che – riprendo non letteralmente le parole dell’autrice – ai cinesi le donne forti fanno paura, come ai messicani, a quella signora, che diceva di esser parente della regina di Francia e che viveva poco lontana da casa sua; penserà a quando indicò quella casa, con il suo piccolo dito, alla sua insegnante, che rispose con uno sguardo disgustato, tanto da farla sentire una nullità e da farle giurare a se stessa che un giorno avrebbe lasciato quel quartiere, dove si succedono palazzi di tre piani, rivestiti di mattoni che si sgretolano a vista d’occhio, così come le speranze di una bambina che sarebbe cresciuta di pari passo al disincanto che si sarebbe fatto spazio lentamente nel suo cuore.
Gli anni passarono ed Esperanza si rese conto che lei e la sua famiglia non avrebbero mai vissuto in quella casa decantata dai racconti di suo padre, ma sarebbero rimasti lì assorbiti in quell’appartamento sopra la drogheria, che aveva sbarrato le porte per evitare i furti, in una strada pullulante di realtà estremamente diverse e dove gli unici veri amici della protagonista, ormai diventata una donna, erano gli alberi, “quattro gracili scuse piantate lì dal comune”, nati tra l’asfalto, che le ricordavano costantemente, anche quando smetteva di crederci, di resistere.

Nei capitoli che compongono La casa di Mango Street, che quasi sembrano dei racconti a sé stanti, seppur tra loro comunicanti, si sviluppano, trasversalmente alla storia di Esperanza, le narrazioni degli abitanti di quel quartiere che insieme diventano un quadro colorato e popolare, fatto – per dirla con Palacio – “di tutte quelle realtà che insieme costituiscono la vita”, che si raccontano attraverso un linguaggio piacevole, per quanto poco ricercato e che guarda alla lingua parlata: ciò restituisce un mosaico estremamente vivo, coinvolgente, al contempo malinconico, perché attraverso quelle immagini l’autrice cerca di rappresentare una realtà comune a tutte quelle persone che, per una ragione o per l’altra, si ritrovano ghettizzate in quei quartieri degli Stati Uniti, contesti difficili che le conducono a ridimensionare le loro aspettative, rassegnandosi a intraprendere percorsi di vita che non gli appartengono totalmente, oppure le costringono a cedere alle lusinghe di quella piccola criminalità che approfitta delle situazioni precarie di chi cerca solo un modo per andare avanti; al contempo, ritrae con particolare attenzione le condizioni della componente femminile in determinati contesti, donne disilluse – a cui è dedicato questo libro – da una mentalità patriarcale che ha preso il sopravvento, che hanno rinunciato ai propri sogni. Il tutto si svolge sullo sfondo di un posto da cui tutti sperano un giorno di poter andar via.
La verità è che certi luoghi non si abbandonano mai totalmente, al contrario diventano un abisso; restano i ricordi delle voci ascoltate per quelle vie che si impongono fino a – come disse la grande Alda Merini – diventare un vestito incandescente, fino a diventare poesia: così è andata per l’autrice Sandra Cisneros, che partita da un quartiere di chicanos, Humboldt Park, nella città di Chicago, ha finito per creare un romanzo ispirato a quelle strade, in grado di rappresentare in poche pagine una comunità intera, attraverso delle storie che, nel loro essere singolari, estremamente diverse tra di loro, arrivano ad assumere un valore universale quando si intrecciano con quelle di tutti i lettori che si trovano ad ascoltarle da qualsiasi parte del mondo e si riconoscono in quelle piccole inquietudini e in quella voglia di rivalsa che accompagnano i personaggi che percorrono una strada che sembrerà assomigliare a qualunque angolo di questa terra, a quei quartieri difficili a cui abbiamo dato più di quanto effettivamente avessimo: ciò rende questo libro eterno, intramontabile, perché in grado di raccontare una storia, che per quanto lontana possa essere dalla nostra, in qualche modo ci appartiene.

Claudia Putzu