1.
Fa molto male smontare una libreria,
essere cosciente del fatto che stai distruggendo
ciò che l’amore, la pazienza e il rigore hanno
unito.
Quando suo padre muore, Frank Báez ha quarant’anni.
Frank e suo padre, detto Franc, sono cittadini della Repubblica Dominicana ed entrambi si chiamano Francisco; nel parlato dominicano, Franc con la C e Frank con la K si pronunciano allo stesso modo, e cioè Fran.
Mamma che ha l’Alzheimer mi chiede se conosco
Fran Báez, mangiandosi la C, o la K,
e io le dico che Frank Báez sono io
e lei mi risponde che Fran Báez è suo marito.
Le dico che ha ragione, che suo marito era Franc Báez.
Ma che era Franc con la C e io sono Frank con la K.
E che lui era mio padre e che adesso è morto.
Ma se Fran Báez è morto, mi dice,
com’è possibile che ci sto parlando?
Franc Báez – il padre – è il sociologo Francisco Báez Evertsz: nella sua vita di studioso e professore aveva raccolto e prodotto innumerevoli testi, formando una grande libreria domestica; poi ci fu il trasloco in un appartamento più piccolo, e quella biblioteca fu ristretta in un ripostiglio. Per più di venticinque anni, papà si sedette su una sedia di plastica a leggere, scrivere e riflettere sul fenomeno migratorio. Mentre i colleghi della sua generazione insegnavano in università straniere o diventavano funzionari di governo, lui, in modo stoico, sopportando il caldo e la polvere accumulata in quella stanza, pensava e ripensava alle migrazioni, in particolare a quelle haitiana e dominicana, sudando, prosciugando sigarette, sottolineando libri e prendendo appunti.
Frank Báez – il figlio – è psicologo, giornalista e narratore, poeta e artista di spoken word. Ha quarant’anni quando suo padre muore: dovrà inventariarne i libri e le carte, poi smontare la libreria, ma questo pensiero lo terrorizza.
Allora si mette a scrivere. Scrive quaranta poesie.
Così nasce Desarmando la biblioteca de mi padre, apparso nel 2024 (a Bogotà, in Colombia, per le Ediciones Fondo de Cultura Económica): una raccolta di quaranta poesie in versi liberi, l’ultima delle quali dà il titolo all’insieme e ne costituisce il centro prospettico.
Primo libro di Báez ad apparire in Italia, grazie alle Edizioni Arcoiris, Smontando la libreria di mio padre è uscito nella primavera del 2026 nella traduzione di Raúl Zecca Castel, che ne firma anche la prefazione. Con le poesie il volume raccoglie anche tre racconti brevi di Báez, tradotti per la prima volta per questa edizione: “Mio papà e l’Isola del tesoro” (da Lo que trajo el mar, Laguna libros, 2020), “Genitori” e “Scrivere dai Caraibi” (entrambi da Bajo otras luces, Yarumo libros, 2025).
2.
È che in fondo le poesie
sono domande e le migliori sono quelle
che sembrano risposte, anche se quando
ci fai caso scopri che non è altro
che un’altra domanda sotto copertura.
In queste quaranta poesie Frank Báez celebra con ironia, con amore e con commosso scetticismo, persone e luoghi e momenti.
Soprattutto, celebra le vite delle sue persone care: Franc suo padre, la sua mamma, parenti, amici e autori.
C’è suo zio Tomás e c’è il suo professore di filosofia, e poi un compagno di scuola e un amico morti prematuramente. Ci sono Dylan Thomas e Charles Simic, la casa di Lope de Vega, una barista a Washington e un motociclista a Katmandu. Alla donna amata, Frank Baez dedica componimenti fatti tutti di distici e assieme lirici e antilirici, narrativi e non narrativi.
Mentre leggevo questi versi mi tornava in mente la mia nonna materna, Fiorinda, che diceva “gli amici sono i parenti che ti scegli da sola”.
3.
I – Spesso i poeti hanno identificato la Poesia in simboli alati. Per Baudelaire era un albatro, per Mallarmé un cigno: grandi, ammirabili volatili, condannati alle miserie terrestri. Per altri, la Poesia è un cane da tenere al guinzaglio e portare a passeggio, una professione come un’altra, ben disciplinata, tal volta persino una vanità.
II – Per Frank Báez la poesia “è un gatto che viene quando gli gira e che sparisce per mesi o settimane e che ricordiamo con malinconia”. Un gatto è una domanda sempre aperta, che ogni volta torna con una scusa diversa per farsi accarezzare.
[…]
IV – La gatta di Báez aveva “l’anca rotta e una zampa incancrenita e infettata”. Non sarebbe sopravvissuta. Eppure, ancora torna, come la più misteriosa e necessaria delle domande: “non sarai tu ma la tua assenza”. L’assenza è il modo in cui le cose restano, come doppio, ombra, riflesso.
L’aspetto di pratica terapeutica ed esercizio catartico, che a partire da questa domanda e da questa assenza la scrittura riveste per Báez, è un punto sottolineato da Raúl Zecca Castel – etnografo e antropologo culturale – nella prefazione all’edizione Arcoiris: una prefazione concepita come invito alla lettura e costruita su diciassette punti, dal titolo La poesia è un gatto che ricordiamo con malinconia.
Mentre la leggevo ho dovuto spesso fermarmi, per via di tutti i gatti che ricordo; e per rileggere una frase, ritornarvi e ripeterla, poi copiarla sulla mia agenda.
E ora la copio anche qui, già che non me la levo dalla testa: “Il linguaggio è condanna e àncora di salvezza allo stesso tempo”.
4.
Grazie, Boris, per la tua impresa.
Se è vero che
le parole
sono l’alimento dei morti,
queste in spagnolo sono per te,
spero che ti risultino deliziose,
che te le mangi tutte.
C’è anche un altro Frank, in questo libro, e anche lui ha un gatto, Boris, che trova un taccuino nella spazzatura e “come / un piccione morto” lo riporta a Frank. Frank è il poeta Frank O’Hara, e il quaderno che aveva perduto contiene le sue poesie che appariranno come Poems Retrieved.
Dunque il poeta Frank (Báez) immagina il poeta Frank (O’Hara) alle prese con quel quaderno maleodorante, intento a “cercare di riconoscersi / nelle parole, nelle metafore, / e nel ritmo come / se stesse sfogliando / le sue vecchie foto / nell’album di famiglia”; poi immagina Frank (O’Hara) che corre al negozio d’angolo e riporta a Boris “il migliore salmone in lattina”. Immagina tutto questo, poi si rivolge a Boris e lo ringrazia.
Leggendo questa poesia penso al salmone, che risale i fiumi e affronta le cascate: nella mitologia norrena, per la sua inversione controcorrente, il salmone è figura di conoscenza ultraterrena.
A Boris, che riporta da un (fetido) aldilà una scrittura perduta, Frank O’Hara dà per cibo del salmone; Frank Báez gli dà per cibo le parole, “alimento dei morti”.
5.
Mentre arricchiscono la raccolta poetica, i tre racconti inclusi nell’edizione italiana si stagliano nella loro piena autonomia tematica e stilistica, distillando nella forma narrativa l’ironia, il registro antiretorico, lo scetticismo affettuoso che permea i testi in versi, e stemperano l’energia di questi – memori della voce di Charles Simic, della pratica della spoken word, dell’onda oceanica della beat generation – in una narrazione nitida, densa e cangiante.
Se “Scrivere dai Caraibi” – storia di avanguardie, di riviste, di isolamento e di esilio, della svolta performativa della scrittura di una generazione, nella “maledetta circostanza dell’acqua da tutte le parti” – è un piccolo capolavoro di poetica, un discorso politico sull’arte, un esempio perfetto di pensiero situato, è in “Genitori” e in “Mio papà e l’Isola del tesoro” che il racconto delle vite di Frank e di Franc si intreccia con il racconto di un’epoca, di un’isola caraibica, di una temperie sociopolitica e culturale e di un legame tra generazioni.
Qui incontriamo Franc che insegna a Frank a scrivere, a leggere, ad affrontare e superare la propria dislessia – a scegliere, insomma; Franc che scrive a macchina in biblioteca, che studia il fenomeno migratorio del popoli caraibici, che forma quella grande libreria che poi andrà smontata; leggiamo di un piccolo ricevimento dopo una messa a suffragio – un momento che non posso dimenticare, come se anch’io fossi stata tra quegli amici e parenti – e dell’incontro tra Frank Báez e lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura: un incontro che sortì un’intervista e molte riflessioni di Baez – riflessioni politiche, letterarie e familiari – poi un appuntamento mandato a monte dalla perdita, dal lutto, dall’entropia che il lutto performa e mette in opera.
Tre racconti, tanti temi e momenti: ci si poteva scrivere un romanzo, forse anche due, se allungati e addizionati di eccipienti. E invece sono tre bellissimi racconti, una scrittura generosa e cangiante, e assieme una lente limpida e sottile.
Leggendo questi tre racconti ho ricordato Julio Cortázar maestro di poetica: “ciò che chiamo intensità in un racconto consiste nell’eliminazione di tutte le idee o situazioni intermedie, di tutti i riempitivi o fasi di transizione che il romanzo permette, anzi esige”.
6.
El bus pasa.
Mi identidad se multiplica
En sus ventanas.
Questo è Frank, seduto in un pomeriggio di ottobre a un angolo della Sixth Avenue. Rileggo (o forse ascolto) mentre provo a scrivere questo invito alla lettura senza scrivere del mio lutto, e nemmeno della biblioteca di mio padre, e anche la mia identità si moltiplica. Scrivo di altro da me. Scrivo sempre di me.
i peggiori poeti sono quelli
che si tatuano i loro stessi versi
Sfogli una copia dell’edizione Arcoiris (la carta, la legatura e l’impaginazione, e anche la mano del cartoncino della coperta, io le trovo sempre deliziose) e passi dal frontespizio alla prefazione ai tre racconti, poi subito alle poesie.
Nessun titolo di sezione, nessuna pagina vuota separa l’ultimo racconto dalla prima poesia: solo una pagina nuova. (Sfogliando questo libro ho ricordato la mia maestra Luciana, in prima e seconda elementare: “Andate a pagina nuova”, diceva).
L’assenza di un corridoio, di un’anticamera, di una scala, di una transizione o riempitivo, tra prosa e poesia, è un fenomeno straordinario. È un’epifania di cui solo la maledetta circostanza della fretta capitalistico-produttivista può nascondere la forza. Come lo è lo spazio bianco tra un verso e l’altro, la postura dei corpi, il ritmo che fa realtà. La poesia, insomma.
Apri una porta e nell’altra stanza c’è la musica. Musica nuova, assieme la riconosci e ti stupisce.
L’autobus passa.
La mia identità si moltiplica
nei suoi finestrini.
8.
La poesia è roba misteriosa, anche se provi a parlarne in prima persona (e no, non vi parlerò della biblioteca di mio padre).
Per quanto possa avere un tono colloquiale, per quanto possa essere costruita in versi liberi o in lasse irregolari, in blocchi quadrati e giustificati, in blank verse o in presa diretta, in terzine, in sonetti, in versi lunghi o brevi come respiri lunghi o brevi, come calco del parlato o memoria del blues o come letra de tango, la poesia è roba misteriosa.
9.
“La musicalità nella poesia è quella sonorità anche elementare che il poeta ascolta nella propria voce e trasmette all’ascoltatore e che ha sempre immancabilmente una tonalità fuori dall’ordinario; il poeta vuole trascinarci in un ascolto fuori dal contesto abituale della lingua. E lo fa usando il verso ritmato. […]
La lingua orale è un gesto corporeo che riproduce l’azione percepita su di sé e a catena sull’altro che ascolta e imita il gesto a sua volta e ricorda, grazie alla ritmicità naturale dell’imitazione. Così quello che viene espresso coincide con l’espressione: il corpo rifà su di sé l’azione percepita – dunque l’azione è una presenza, non sta per qualcos’altro, come nel caso dei segni […]”: questo scrive Brunella Antomarini, al principio di quello studio straordinario che è La preistoria acustica della poesia. Per uno studio antropologico del fenomeno poetico (Metilene, Pistoia 2024, prefazione di Matteo Moca). E poche pagine più avanti scrive: “Questa parola acustica, identica a ciò che dice”.
E Ida Travi, in quell’altro capolavoro che è L’aspetto orale della poesia. Scritti e note per un seminario (Moretti e Vitali, Bergamo 2007), ha scritto: “Una lingua poetica è fondamentalmente incomprensibile, o mai comprensibile fino in fondo, accorciata, indifferente ai soggetti (chi parla?), trasgressiva. […] Una lingua ostinata, viva, strettamente connessa agli avi, avvince gli appena venuti al mondo e nel modo più veritiero, cioè più enigmatico, li cala nella posterità, tra i vivi”.
Del libro Smontando la libreria di mio padre vi parlo dunque dalla mia lettura, dalla mia esperienza e con la mia voce. E non vi parlerò della biblioteca di mio padre, ma di un libro che dà gioia leggere.
Prendetelo, cercate dove Frank parla della biblioteca di Franc – ne parla in prosa e ne parla in versi – e avvicinate il racconto in versi al racconto in prosa. Entrambi sono molto belli, e nessuno dei due è servo dell’altro. Tutto questo libro è un salto controcorrente, e una cura per il lutto. E lo sono anche i due testi in cui Frank è alle prese con la libreria di Franc, uno in prosa e l’altro in poesia.
E la poesia viene da un’epoca preistorica, in cui tutto era orale e corporeo. Di cui ci resta, appunto, la poesia. La musica.
Datemi ascolto, leggete questo libro: avete presente una pianta innestata, un pesco da cui nascono rose, gli animali fantastici del mito? La musica appena di là, nell’altra stanza? Perché io non vi posso dire altro, la poesia è una cosa misteriosa.
Silvia Tebaldi













