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Ci si fida della scienza fino a che non ci si fida della scienza

Sommario

Traduzione di Claudia Putzu

 

Mia suocera lo chiama Il Peso. Vuoi il peso? Annuisco e lascio che quantifichi per me le calorie e il grasso che ho perso o guadagnato nell’arco di una settimana. Uno studio dettagliato del mio grasso corporeo, il mio BMI, il grasso viscerale, il muscolo scheletrico, la massa muscolare, i liquidi corporei, la massa ossea, le proteine, il BMR, l’età del metabolismo. Il tutto in meno di trenta secondi. Quando Il Peso ha finito, si sente una campanella, il diiing annuncia che il resoconto è completo e se ne riparlerà nelle prossime centosessantotto ore. A quel punto posso scendere, rivestirmi e andare in bagno a farmi una doccia, per togliermi quel camicione che scrupolosamente mi revisiona e mi giudica. Lavato a mano e con un po’ del detersivo che vendono al Mercadona, può davvero tornare bianco come quando lo hai comprato. Dove lo hai comprato? Il Corte Inglés ha lanciato una marca tutta sua, chissà, lì puoi trovare qualcosa. Dimmi, e ti giro i soldi. Sì, dico sì a tutto: a pesarmi, a farmi il bagno, a pulire come mi viene detto, a pensare come mi viene suggerito. Non sono io, ma lo sono. Un’altra, con il mio corpo e il mio viso, il mio nome, ma senza un io. Quindi una me: mio il corpo, mia la volontà, ogni mio desiderio al suo servizio. Non un io: io che parlo, io che penso, io che ascolto, sempre e comunque. Una me. Quella me docile, serena e silenziosa che le piace tanto e con cui sente di poter parlare per ore. Guarda come andiamo d’accordo. Nessuno ci crederebbe, mi dice, e mi chiede di mostrarle qualche ricetta sullo schermo, poi di inviare la mia preferita alla Cookidoo della Thermomix che suo figlio mi ha regalato alcuni anni fa. Dopo, cucina primi piatti a base di merluzzo e sardine, seppie con piselli, li conserva in contenitori di vetro ben riposti in frigo, per poi salutarmi con un bacio, guardarmi con compassione e dirmi che ci rivedremo presto.

Quella me, che alcune volte addirittura le sorride e le risponde monosillabi, è nata da poco. Non è così che mi ha conosciuta. Io ero io, all’inizio, e non ci dicevamo molto, oltre il semplice saluto, per quanto ci sorridessimo a vicenda, ogni volta che suo figlio ci riuniva. Che mi racconti, come stai? E mi abbracciava, mi diceva “ciao”, e mi prendeva per le mani e mi sorrideva, ma non era ancora pronta ad andare oltre la realtà che ci divideva di fronte al mondo. Poi il mio io diventava traslucido, e i Natali e l’Epifania e quel giorno di festa in cui eravamo tutti invitati a casa sua. E di nuovo: il come stai, ciao, sì, so, sa, e questo e quello, eccetera; ma sì, una linea ben definita per cui lei era quella precisa, che governava, la regina del focolare e io un’ombra silenziosa che sorrideva, ma almeno rimaneva viva. Suo figlio lo sapeva e mi esortava a non comportarmi così: Non mi piace come ti isoli, ogni volta che siamo con la mia famiglia. È solo per poche ore, poi andremo per locali con i miei amici e, vedrai, sarà divertente. Fuori da casa sua, la vera me rispuntava ed ecco compariva la voce, il corpo, i movimenti e le risate.

Forse è al ricordo delle risate che mi aggrappo. Le risate. Sono la mia debolezza, le risate. Risate di qua, risate di là. Le risate altrui, le risate complici per la barzelletta che è il mondo. Lo hai visto il presidente, il ministro, quell’attore, lo sportivo, hai visto questo e quello? Le risate. Con il figlio di mia suocera, tutto era una risata. Tante risate, persino quelle finte, che non mi uscivano naturali e le rendevo mie: i muscoli facciali, le labbra secche si schiudevano mostrando i denti, emettevano un qualche suono. Non sarò il miglior marito, ma di certo so farti ridere. E ridevamo. Ah, quanto ridevamo. Un matrimonio di risate. Fino a che non si è riso più. Cinquanta battiti al minuto che, nel fiore degli anni, hanno permesso al suo cuore di resistere fino a quando non ce l’hanno più fatta; e, a un certo punto, l’aritmia, i capogiri, il malessere generale. Cosa ti succede? Non succedeva niente, o meglio cosa aveva smesso di succedere: il cuore che batteva ha deciso di non battere più. Così, dal nulla, senza alcun preavviso. Il figlio di mia suocera, mentre stava facendo una battuta per la quale rideva da solo, è svenuto tra i calici e i piatti sul tavolo. Il suo ultimo atto. Lo scherzo. Il mio io paralizzato. La mia me emergendo. Mia suocera incredula. È così che abbiamo convenuto che questa fosse la cosa migliore. La mia me con lei. Entrambe senza suo figlio. Io mi affidavo al Peso, la mia me conviveva con il ricordo di ogni risata.

Il Peso era uno di quei piani per il futuro venduti online. Sottoscrizione mensile. Trenta per cento di sconto, se compravi due anni. Un corpo statuario e una faccia realistica, tutto incluso. Configurare il necessario: parlare, mangiare, ballare, andare a fare spese. Programmi personalizzati. Chilometri dettagliati e percorsi. Io ne avevo cinque. Potevo andare da sud a nord, da est a ovest. Durante il giorno, con batteria a ricarica solare, di notte connessa al dispositivo senza fili che andava a WiFi. Nei giorni di pioggia, avevo lo spegnimento automatico, e per quanto la compagnia assicurasse che fossimo impermeabili al cento per cento, mia suocera era scettica. Ci si fida della scienza fino a che non ci si fida della scienza. Lo diceva per suo figlio, la bradicardia era congenita e le avevano assicurato che mai sarebbe stata un problema. Lui, non era riuscita a impostarlo, non c’era alcun accordo. Io sì, ho firmato. Le ho ceduto la mia me insostituibile all’unica condizione che non mi chiedesse di parlare davvero con lei. Che non si rivangasse il passato e che avrebbe condotto una routine per nulla dolorosa. Mai parlare di suo figlio, mai nominare il suo dolore. Essere come una bambola di cui prendersi cura, da accudire come un giocattolo. Ha accettato. Meglio questo che sola, meglio tu che nulla di lui. Non ricordo più il suo nome, o il mio, o quello di suo figlio. Sostengo che ci sia un io a cui mi aggrappo, quando mi aggiornano.

Tieniti salda al tuo io, mi ripete una voce di donna registrata nel mio software. Tieniti salda al tuo io, se vuoi continuare a vivere. Ma quel poco che resta del mio io, lo sto perdendo. Non so quanto altro tempo avrò.

 

L’autrice

Brenda NavarroBrenda Navarro è nata a Città del Messico nel 1982. Ha studiato Sociologia ed Economia Femminista e ha conseguito un Master in Studi di genere all’Università di Barcellona. È autrice di due romanzi oltre che di racconti, saggi e poesia e ha lavorato per diverse ONG per i diritti umani. Case vuote, il suo primo romanzo, ha ricevuto il Premio Tigre Juan, l’English Pen Translation Award ed è stato tradotto in diverse lingue. In Italia, è stato pubblicato – per La Nuova Frontiera – il suo Cenere in bocca (2023), con traduzione di Gina Maneri.

 

 

 

 

 

© Foto di copertina di hesam Link su Unsplash

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