Traduzione di Claudia Putzu
Editing di Flavia Fedele
Mi svegliai a pezzi. Andai comunque a lavorare per l’intera giornata, a casa della vecchia. Non c’era motivo di mancare. Inoltre, era vicino al campetto di calcio e sarebbe stata una tortura, se quella sera non avessi giocato. La partita era l’unica cosa che mi teneva in piedi.
Marta mi fece pulire il bagno per tre volte di fila. Volevo che se ne andasse, che mi lasciasse un po’ da sola. Ma lei venne a controllare, come al solito, e vide una macchia che sembrava di sporco, quindi mi chiese di ricominciare da capo.
«Chiamami solo quando sei sicura che il bagno è impeccabile» mi disse.
La odiavo. Volevo che uscisse di casa per una buona volta. Non sapevo come dirle che la pittura saltata del lavandino non era sporcizia, che era lì da mesi. Pensavo l’avrebbe fatta arrabbiare ancora di più. Misi La Delio Valdez sul cellulare, pulii sul pulito, e la richiamai dopo mezz’ora. Entrando, ispezionò il pozzetto, mi guardò sprezzante e brontolò qualcosa che non capii – lo fa sempre: brontola. Soffia verso l’alto, per smuovere quei tre peli che ha come frangia e sbuffa infuriata. Poi mi chiese di andarmene, di sparire dalla sua vista il prima possibile e si chiuse dentro.
Sentii una strana fitta allo stomaco. Pochi secondi più tardi aprì la porta, sbattendola; gridò che non c’erano i guanti. La gomma era ancora bagnata e intiepidita dal mio calore; nonostante ciò, me li strappò dalle mani, se li infilò e richiuse. Da fuori, non senza soddisfazione, me la immaginai svuotare l’intero flacone di candeggina. Non sarebbe riuscita a togliere quella macchia. Ne ero sicura e ne godevo. Ci avevo provato una ventina di volte. Sapevo anche che la signora sarebbe stata capace di qualsiasi cosa pur di avere la meglio in un diverbio. Sarebbe potuta uscire dal bagno scoraggiata, magari persino in imbarazzo per essere così cocciuta, ma non avrebbe mai ammesso la sconfitta. Come me, nel calcio. In questo eravamo simili.
La soddisfazione durò poco, quasi quanto la bottiglia di candeggina nelle sue mani. Appurato che non sarebbe uscita vittoriosa da quello scontro, Marta mi ordinò di andare in lavanderia, a prenderle lo sbiancante.
Io ridevo dentro, senza muovere un singolo muscolo del viso.
Che figlia di puttana, pensai.
Obbedii e aspettai di vedere l’invasata versare quel liquido bianco sulla “macchia” che iniziava a infastidirla.
Volesse iddio che la gomma dei guanti si consumi, penetri l’ammoniaca, le bagni le unghie e le bruci. Che non possa più mostrare le mani, che debba per sempre nasconderle sotto il tavolo, per sempre.
La vecchia doveva essersi seduta sul gabinetto per mascherare la nausea che le avevano causato i vapori chimici dei detersivi mischiatisi nell’aria; ci mise molto ad aprire la porta e rassegnarsi, con un aspetto smunto e reprimendo il voltastomaco.
Quando lo fece, anch’io volevo vomitare. Fu una sensazione improvvisa. Solo a guardarla, qualcosa faceva su e giù, dalla pancia alla gola. Alla fine, riuscii a trattenerlo, chissà, per non dover pulire ancora una volta.
«Devi lasciarlo agire» mi disse. «Vedrai come se ne va quella schifosa maledetta».
Si riferiva alla macchia come a una persona. Chi le provocava tanto odio? Per un istante, pensai persino che parlasse di me. Che volesse togliermi di mezzo.
«Non è possibile che quella schifezza non reagisca a tanto abrasivo!» ripeteva. «Non è possibile. Non è possibile».
Io già sapevo che non sarebbe riuscita a togliere quello che voleva dal lavandino, a innervosirla ancora di più era che l’oggetto del suo fastidio avrebbe continuato a stare lì, al suo posto, come una voglia sul corpo.
Gratta, vecchia strega. Che succede, la macchietta non si toglie? Perché non gratti più forte. Continua a grattare; che c’è, hai paura di rovinarti le unghie, Martuccia?
Camminava per il corridoio che andava dal bagno alle camere, come in attesa di un medico. Avrei voluto darci un taglio con quella finta accondiscendenza. Marta è di quelle vecchie severe perfino con i propri nipoti e bisnipoti. Non li lascia giocare o alzarsi da tavola, quando vengono a pranzo da lei. Non li lascia vivere. Perfezionista incallita, non concede mai nulla. Se non vince, pareggia, e quando perde, dissimula. Ma, del resto, come potrebbe contraddirla chi vuole continuare a lavorare per lei perché ha bisogno di soldi per campare? Succeda quel che succeda. Qualunque cosa dica di male, potrebbe anche morire, non se la rimangerà mai. Vuole apparire come la gran signora che risolve tutto, sa tutto e non ha bisogno di nessuno, ma è vero il contrario. A farmela odiare di più è quando dice che lei saprebbe fare di meglio.
Nell’attesa che lo sbiancante facesse il lavoro che, a suo dire, io non ero stata capace di fare, iniziò ad alterarsi. Forse perché aveva inalato il miscuglio tra candeggina e abrasivo, ma non escludo che fosse per la sceneggiata, che ora si faceva ancor più interessante di prima. Non risi. Non dissi nulla. Ma perché? Mi ero messa in situazioni ben peggiori per aver aperto bocca, tanto da aver dovuto imparare a chiuderla. Marta tossiva, aveva gli occhi lucidi. Devo aver pensato che non fosse poi così grave quel che stava succedendo, o forse ero stupida al punto da non rendermene conto. Non saprei. Ma la cosa peggiorava, e lei dovette cedere. Si accorse che non era necessario fingere di fronte a me; sull’orlo di una crisi di nervi, lo ammise.
«Credo di essermi intossicata».
La accompagnai in sala da pranzo e le servii un tè. Accettò senza obiezioni. La tazza fumante era una specie di tregua. Un tacito accordo che non aveva bisogno di sì o di no. «Sta meglio, signora Marta?». Le avvicinai il vassoio, seguì solo il silenzio. Il mio corpo continuava a mascherare le mie intenzioni, affinché la smettesse con quella scenata.
Dovevo fare il test. Non mi veniva da troppe settimane. Lo avevo anche comprato. Avevo bisogno del bagno o di una stanza. Prima di tutto, avevo bisogno che la signora Marta uscisse. Sorseggiò il tè, il più piano possibile. Con disprezzo e limone, ma senza zucchero, come sempre glielo preparo. Era talmente acida, la vecchia, da non mangiare mai dolci. Sollevò la tazza e il mignolo e se la portò alla bocca. Avrei voluto che si bruciasse, o che le cadesse, ma la stronza era una attenta, soffiava con le labbra come stesse sussurrando una “u”. Ci mise un po’ a ricomporsi. Credo si fosse accorta del mio nervosismo e che me lo facesse apposta. Stavo per esplodere, ma mai lo avrei dato a vedere.
Le ci vorrebbe una birra all’arpia! Un calice di vino o un bicchierino di acquaragia.
Una volta recuperate le forze, tornò a sciacquare il lavello, e raschiò con l’unghia tra le fughe delle piastrelle. Io mi godetti il rumorino della pittura epossidica sgretolarsi ancora di più. Quel lavandino preso d’assalto per una presunta macchia di sporco rivelava la mania della mia titolare.
Provai a non guardare, a restare al mio posto, a passare lo straccio sul pavimento del corridoio e godermi al massimo quello spettacolino. Avevo bisogno dei soldi di Marta per pagare le spese, il che mi metteva nella posizione di essere, almeno un po’, riconoscente. Per venirne fuori, l’imbrogliona andò a fare compere, o così disse. Afferrò il portafogli e uscì così come stava.
Finalmente, pensai.
Ero da sola.
La casa, il dubbio, io.
Più che un dubbio, un problema. Un ritardo che complicava tutto.
Avrebbe potuto distruggere quel poco che avevo.
Pregai tutti i santi che non fosse.
Ma era.
Guardai mille volte la striscia reattiva, cercando un errore, un colore più debole. Ma no, era positivo. Non avevo la minima idea di cosa avrei fatto. Controllai lo scatolino, la data di scadenza. Tutto a posto.
Di chi è? Mio dio, di chi è?
A mente, iniziai a far scorrere i volti che riuscivo a ricordare. Non erano tanti, ma non ricordavo quando avessi visto chi. Aspettai che la striscia si degnasse di cambiare il risultato. La guardai fissa, da vicino, a pochi centimetri. Due lineette ben definite, di un color fucsia intenso. Una vicina all’altra, fucsia. Ordinai loro di sparire, ma non successe. Tolsi il test dall’involucro di plastica e lo lasciai asciugare.
Chissà, con l’aria.
Feci un altro goccio di pipì.
Nulla.
Dalle due strisce non si torna indietro, pensai.
Me ne andai da quella casa di corsa, l’intera situazione mi stava facendo fare tardi, non sarei arrivata in tempo alla partita. Ciao Martuccia. Attraversai il vialetto e uscii in strada. Mi avrebbe fatto bene distrarmi. Non pensarci. La vecchia non era ancora tornata, ed era chiaro che non lo avrebbe fatto, pur di non rivedermi. Anche se mi trovavo a pochi isolati, presi comunque il 64. Non ero in vena e dovevo sbrigarmi. Durante il viaggio, nella testa si fecero spazio i pensieri peggiori. Come avrei fatto con quel casino? Non sapevo nemmeno come dirlo a mia sorella, o a Marta. Quando. Non riuscivo a smettere di pensare. Cazzo. Non giocare, stronza, non puoi giocare se sei incinta.
Avevo un serio problema. Lo stipendio mi bastava appena per versare la pensione e per qualche altra spesa. Non era il momento per nulla di ciò che mi stava capitando. Non lo sarebbe stato, almeno finché non avessi terminato le serali e trovato un lavoro migliore, da cassiera in un supermercato, o da scaffalista in un posto serio, con un orario normale. In realtà, qualsiasi cosa, pur di non dipendere dalla vecchia di merda e so tutto io.
L’autobus si era quasi svuotato. Mancava poco per arrivare al campetto. Sentivo l’odore della gomma e del sudore. Si dice che gli odori si intensifichino, in gravidanza. Magari è così. Ci stavo pensando troppo. Mi fermai. Senza accorgermene, avevo perso la forza come chi perde i soldi per strada. Se avessi portato avanti quella follia, non avrei potuto bere per moltissimo tempo. Né birra, né vino, né fernet. Più o meno come in prigione. Ero – come si dice in questi casi – fottuta. Fottuta per bene.
Scesi dal 64, sulla Pedro de Mendoza, e camminai verso il campetto. C’erano brandelli di gomma sparsi fino all’angolo. Chissà chi sarà quel genio che ha pensato che la gomma potesse essere utile a qualcosa, giocando a calcio. Non si avvicina neanche un po’ all’erba e non attutisce nessun colpo. Inoltre, va rastrellata. Si stava facendo buio, e cominciavo a sentire un freddo terribile. Mi si gelavano le ossa. Dovevo giocare.
Entrai irritata, sopraffatta, su di giri. Sbandando, perché la gomma è scivolosa, per la moda ridicola e il freddo. Domandai se fossimo tutte, e sì. Ero io l’ultima. Sistemai i lacci delle scarpe e riposi le espadrillas in una busta di plastica, con il camice da lavoro, le chiavi e altre cianfrusaglie. L’aria odorava di unguento. Iniziammo a riscaldarci, camminando, muovendo le braccia. Pensai di dirlo alle ragazze. Ma no, meglio dopo. Meglio giocare senza tirare fuori l’argomento. Non pensarci, almeno quell’ora, e, non so, calmarmi un pochino.
Continuavo a sentire freddo, nonostante stessimo giocando. Si era alzato un ventaccio che faceva agitare i cartelli e le sedie di plastica. Qui, nel sud della città, vicino al fiume, alla minima folata si sollevano cumuli di foglie e spazzatura; potrebbe essere pericoloso. Per questo, durante la partita dobbiamo correre veloce. Non puoi fermarti. Inoltre, mi ero accorta che i giorni in cui giocavo soffrivo meno, dormendo, il freddo della notte.
«Che succede. Perché nessuno segna?»
«Ma hai visto come stai giocando?» mi disse Julieta, da dietro i capelli che le coprivano la faccia.
La mandai al diavolo.
«La villera ha le sue cose e se la prende con me» replicò.
Non andai oltre o l’avrei presa a sberle. Credo lo avesse intuito, perché anche lei tagliò corto. Giocammo con qualche attrito, come al solito. Ci fu la caduta in avanti di Mercedes, un colpo arrivò dritto in faccia a Flor. Io feci bei passaggi, parlando a voce alta durante la partita, come ogni volta che ho bisogno di sfogarmi, e alla fine segnai. Nell’abbraccio, cademmo tutte in una specie di montagna. Avevo degli scarpini sotto le costole. Rimasi a terra, tra pelli madide e la puzza di sudore.
Credo sia stata Jimena a chiedermi, mentre il rumore si assopiva, se mi sentissi bene, se fosse successo qualcosa a lavoro.
«Sei bella pallida, ragazza».
«Sto benissimo, zia, io sto sempre bene» risposi, come se invece di essere io il capitano della squadra, lo fosse la stronza saputella di Marta, che sa fare ogni cosa meglio degli altri. All’inizio del secondo tempo, la stanchezza di tutto il giorno iniziò a sentirsi sulle gambe, sulla schiena. Il corpo era pesante, qualcosa si contorceva nel mio ventre. Avevo le due lineette fucsia davanti agli occhi, ben visibili, provai a non farci caso. Andai avanti, dando il massimo. Correndo fortissimo. In un attimo di distrazione, mi fecero uno smacco che mi mandò su tutte le furie. Corsi dietro la spilungona, sempre più scoordinata, perché capisse che mi stavo rompendo le palle. Successe lì. Mentre la marcavo. Come uno strappo alla gamba, ma poco più sopra dell’attaccatura, sentii un dolore netto, acuto, simile a una coltellata. Per un attimo odiai quell’ovulo masochista e traditore che si era lasciato penetrare dal latte di qualcuno. Forza, forza, stronza di merda. Corsi, corsi, corsi, con tutta l’intenzione di farmi del male. Non sapevo dove sarei arrivata. Avrei fatto ciò che era giusto, giocarmela fino in fondo.
Con quel briciolo di forza che rimaneva nelle mie gambe, con il dolore alle ossa, trascinandomi, raggiunsi l’area opposta, eludendo la spilungona che, ora, mi stava addosso. Proseguii con delle finte, dribblando, facendo passaggi con Ingrid che correva al mio fianco, con falcate più lunghe del solito. Quando mi trovai davanti a Caro, guardai di traverso, fermai la palla. Questa è per me, è mia, non mi importa, fanculo tutte, lo farò io. Tirai.
Calciai con odio, con tutto il risentimento per gli ultimi vent’anni di merda, con la voglia di togliermi dalla testa quella macchia nel pozzetto immacolato della vecchia, le due lineette fucsia fluorescenti attivate dal piscio sul test che avevo comprato quella mattina. Calciai con rabbia e la palla entrò mentre svenivo sulla gomma. Lercia, in una pozza di sangue.
L’autrice
Leticia Martin (Buenos Aires, 1975) è poetessa, narratrice e editrice. Ha conseguito una laurea in Scienze della comunicazione (UBA) e un master in Gestione culturale e politiche della comunicazione (FLACSO). Nel 2017, ha fondato, insieme a Nazareno Petrone, la casa editrice indipendente Qeja, con all’attivo già cinquanta titoli. Suoi sono la raccolta di racconti Todo lo que no es boca en mi cuerpo grita (2023), il saggio Feminismos (2017) e i romanzi: El Gusto (2012) Estrógenos (2016, Argentina / 2019, Spagna) e Un ruido nuevo (2020, Argentina / 2021, Uruguay / 2023, Spagna) Il suo romanzo, Vladimir (2025, Mar dei Sargassi edizioni) ha vinto il Premio Lumen de novela 2023 ed è stato pubblicato in tutti i paesi di lingua spagnola.













