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Traduzione di Lara Verdini
Revisione e editing di Claudia Putzu

 

“(…) per sentire il silenzio affila l’udito

ascoltalo una volta e non sentirlo più

se ti tappi l’orecchio sinistro sentirai l’inferno

se ti tappi il destro ascolterai… non te lo dico”

Fabio Morábito

I

Solo attraverso una fotografia possiamo vedere le nostre orecchie. È impossibile farlo altrimenti; esistere e guardarci le orecchie. Sono gli altri che sanno come sono posizionate entrambe su di noi, cosa c’è dentro. Se la vediamo così, le orecchie sono un luogo che non potremo mai visitare, a meno che non sia attraverso terzi, coloro cui ci affidiamo affinché le osservino.

Siamo una terra lontana per noi stessi; molte parti del nostro corpo sono luoghi che non potremo mai vedere. E nominarle può essere l’unico modo che abbiamo per trasformare ciò che non è in vista in una proprietà privata. Dire: «Orecchie, cuore, sterno, femore»; dire: «Al di sotto della pelle, la carotide si disegna come un fiume».

Tutto quello che so sulle mie orecchie, oltre che allo specchio, è grazie alle mani. Le dita, l’indice soprattutto, hanno visitato questi due pianeti, gli stessi che avvisano se per il corpo sono passati dieci, quaranta o sessant’anni; la cartilagine, con la vecchiaia, può degenerare, la gravità fa il suo, e allora potremo riuscire a vederle, sentirle, come anni fa erano quelle di mio nonno: allungate, ingrossate e giganti.

 

II

Parlando di orecchie, mio nonno ostentava un dono speciale: poteva muoverle volontariamente. Durante la nostra infanzia, ogni domenica, siamo stati un pubblico più che fedele; i miei fratelli e io andavamo ad assistere a questo straordinario talento. Ci guardava dalla sua sedia, per poi invitarci a prestare tutta l’attenzione che un simile atto richiedeva. Una volta finito scoppiavamo a ridere, come se le risate di ognuno dei suoi nipoti fossero le foglie dell’albero che lui era stato. Ci porgeva le sue orecchie così come qualcuno consegna un regalo, poi i suoi occhi allegri, infine il suo naso arricciato. Ci faceva ridere con le orecchie; ci abbracciava con esse.

 

III

Quante volte il corpo non è altro che un dopo che facciamo all’altro?

 

IV

Solo Alan lo imparò, ma tutti in casa volevamo allenarci per riuscirci davvero. Domandavamo agli altri se ce l’avessimo fatta, se all’improvviso ci avessero dato retta, ma solo Alan ereditò da mio nonno il movimento di quei due punti interrogativi che costeggiano le nostre teste.

Anche se dicono che è possibile, per chi voglia impararlo, far svolazzare le orecchie a piacere; che tutto dipende dai tre muscoli connessi al nervo facciale, grazie al quale possiamo fare smorfie che rivelano le nostre intenzioni. Nonostante questo, abbandoniamo presto il paese dell’infanzia, dimentichiamo la ginnastica che mancherà per sempre alle nostre orecchie. Alan, che un giorno avrebbe viaggiato a chilometri da qui, si portò anche quel segreto.

A volte, quando sono sola, vado nella stanza della memoria, mi siedo insieme ai miei fratelli, avvolti dal sole della domenica e ci riprovo. Gli domando, guardandolo attentamente: “Nonno, si sono mosse vero?”

 

V

Forse si tratta di un codice che Alan e lui impararono a decifrare. Entrambi sapevano qualcosa che noi avremmo capito dopo: “Qui, questa grazia, questa possibilità del corpo, è il nostro linguaggio, il nostro lessico familiare”.

 

VI

Mi fa paura sapere che un giorno si spegnerà la vita, come è stato per quelle canzoni che alla nonna piaceva tanto ascoltare in radio. Penso, mentre sono per l’ultima volta a casa sua, che la vita è soprattutto rumore. Mia nonna è da tempo che non sente più con precisione, e ora le sue orecchie si sono trasformate in fiori. Le parole degli altri le sono rimaste fuori, e le riceverà solo se parliamo più forte e le ripetiamo lentamente quello che abbiamo detto.

Forse le orecchie le si sono aperte dentro, affinché possa ascoltare la propria voce con più chiarezza, anche se noi crediamo che questa disabilità uditiva significhi solo silenzio.

Nonna, dove vanno le parole che pronunci dentro di te? Le dico senza farlo, ripetendole qualsiasi domanda per fare in modo che mi racconti cosa cresce in quella casa che non potrò neanche visitare. Ciò che ricevo sono scampoli di una tela più grande, frammenti che ricorda della sua infanzia, infine canzoni per me sconosciute. Provo a fare qualcosa con quello che lei mi dà, rattopparlo con domande assurde, elaborare un testo che possa accogliermi.

 

VII

Mi resta la speranza che l’orecchio interiore di mia nonna si erediti, e nel futuro si apra in me, all’interno. Un orecchio che ha solo la missione di ascoltare noi stesse. Un orecchio che non prestiamo a nessuno.

 

VIII

Quando rivelano la nostra vergogna, il nostro nervosismo e la nostra colpa, si infiammano. Rosse di tristezza, ci incendiano le mani e ci rendiamo conto che il calore si è annidato lì; le orecchie sono il nostro termostato emozionale. Esse aprono o chiudono il flusso del sangue che arriva da ciò che ci attraversa; se l’esterno è stato inospitale, se la nostra tristezza è visibile, basta toccarle e conoscere lo stato delle cose.

 

IX

Le orecchie infuocate possono anche essere simbolo di bellezza. Lo capirò molto dopo aver chiuso il libro di Kawabata in cui le belle addormentate emettono dalle proprie orecchie una “sfumatura rossa, calda e sanguigna”. Verrò a sapere, solo dopo che il libro sarà diventato un ricordo, che le orecchie rosse sono le nostre prime lezioni sui colori.

Inizierò un diario, e in questo scriverò delle orecchie di mio nonno, di quelle piccole di mia madre, di quelle cresciute da poco a Diego; scriverò in maiuscolo delle orecchie di David, fredde e rosse allo stesso tempo, inoltre del rossore che gli spuntava sul naso. Capirò che, anche quando tra di noi era inverno, bastava vedere il rosso delle sue orecchie per capire dove era andato a finire il calore.

 

X

Ogni orecchio che vediamo ci ricorda il mare, per la sua somiglianza con le conchiglie. Sulla riva ne solleviamo una e subito la posizioniamo intorno al nostro orecchio sinistro; poi un’altra, e un’altra ancora, è uno dei modi in cui possiamo ascoltare ciò che ci dice l’acqua. Sono le orecchie di quella donna eterna vestita di bianco.

Magari sapessimo da prima, da sempre, che questo corpo è fatto a sua immagine e somiglianza

 

XI

Aldo è cresciuto con un orecchio diverso; il sinistro, onda e labirinto, dimenticò di fiorire come gli altri. Il corpo ha i suoi modi di nuotare verso la riva del mondo. Come una conchiglia diversa, abbiamo visto che, anche in lui, il tunnel delle parole si faceva strada, e la sua forma insolita era solo il segno della bellezza che esiste in ciò che si nega.

«A mio fratello manca un pezzo di orecchio» eravamo soliti raccontare, «Ho un fratello che è nato senza un pezzo di orecchio». Onesti, a volte crudeli, ci piaceva ripetere quella storia, ci piaceva tirarla in mezzo ogni volta che si poteva, la raccontavamo a tutti quelli che ce lo permettevano; mia madre lo raccontava con tenerezza e mio padre con nostalgia quel giorno in cui lo videro per la prima volta. Creiamo con le parole, con la somma delle storie, una regione nuova per la nostra geografia familiare.

 

XII

La vera intimità ha a che vedere con le orecchie. Sarò capace di veder crescere le orecchie dell’altro? Sarò capace di vedere dentro di esse? Sono grandi domande.

 

L’autrice

Melinna GuerreroMelinna Guerrero (Aguascalientes, 1993) scrittrice e editrice. Laureata in Letras Hispánicas alla Benemérita Universidad Autónoma de Aguascalientes. Nel 2020 ha ottenuto una menzione d’onore al Premio Nacional de Cuento Breve “Julio Torri” con l’opera Historia de nuestra palabra. Nel 2016, ha vinto il Premio Nacional Universitario de Poesía “Desiderio Macías Silva”, e il Premio Nacional Universitario de Narrativa “Elena Poniatowska”, 2014. Sue poesie sono state tradotte in russo. È autrice dei libri Sobre pedazos de vidrio (Círculo de Poesía, 2022) e Mis abuelos no son tortugas (Artes de México, 2023). Ha ottenuto la borsa di studio del Fondo Nacional para la Cultura y las Artes (FONCA) per la poesia, 2021-2022. Ha diretto la redazione della casa editrice Artes de México per sette anni. Attualmente è editrice nel Museo Universitario Arte Contemporáneo (MUAC), UNAM.

 

Lara Verdini nata nel 1999 ad Eboli, è traduttrice dallo spagnolo. Ha conseguito la laurea triennale in “Lingue, letterature e culture dell’Europa e delle Americhe” (inglese e spagnolo) e la laurea magistrale in “Lingue e culture europee e americane” curriculum di Traduzione letteraria (lingua spagnola) presso l’università “L’Orientale” di Napoli. Nel 2024 ha frequentato la XIII edizione del Corso di traduzione letteraria per l’editoria presso l’Istituto Cervantes di Napoli. Ha svolto il tirocinio e successiva attività di volontariato presso l’associazione “Scuola di Pace”, occupandosi dell’insegnamento dell’italiano a studenti stranieri

 

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