Traduzione di Michela di Giovannantonio
Revisione ed Editing di Claudia Putzu
“Tuttavia, si tollera, e si sorride e si saluta… perché così è la vita”.
Roberto Arlt
Prima arrivò lo scoppio. Poi un infame bagliore. Infine, le fiamme ardenti sulla carta. Subito dopo calò un silenzio abissale nella stanzetta dalle pareti grigie, non intonacate. Il silenzio è bianco o nero? Bianco per quelli che rimangono intrappolati nelle parole; nero per quelli che non possono più parlare.
Su un tavolo arrugginito e striato di Carta Blanca si stendeva un mucchio di tessere del domino. Lautaro non poté più ribattere alle accuse di Evaristo. Dalla gola gli uscirono un sibilo e uno schizzo di sangue, non parole. Macchie rosso Persia si sparsero sulle tessere bianche e nere formando un motivo tanto arcano a presagire l’inevitabile.
Le tessere di Lautaro caddero sul tavolo rivelandosi. Anche il suo corpo cadde, di schiena, dalla sedia grigia e arrugginita, sbattendo contro il pavimento in cemento lucido. Il doppio tre di Lautaro era ormai rimasto incastrato. Non poteva più vincere la mano. È un brutto segno quando ti resta in mano il doppio tre. Così dicono i vecchi giocatori.
Il trambusto che c’era prima che il fuoco si spargesse dalla canna del revolver calibro ventidue di Evaristo tornò senza preavviso. Y ni modo de reclamo. Porque yo llegue a caballo. Estoy regando el rosal. Pa’ cortar la flor de mayo. Perdóneme rey de copas. Pero yo soy de a caballo. La musica ricominciò a suonare a tutto volume nella stanza.
Leopar e io non sapevamo cosa fare; rimanemmo impietriti. Il tempo era diventato immobile come catrame nell’esatto istante in cui la pistola nera, con il calcio di legno così consumato da aver perso colore, esplose un colpo per volontà del dito premuto sul grilletto di un tremendo figlio di puttana — dalla faccia pulita e gli occhi glauchi — che pensò di pareggiare la sorte di tutti i presenti come il canto del gallo all’alba: svegliando di colpo e con violenza le emozioni più sepolte e le paure più recondite di noi quattro che giocavamo alla ruota della fortuna con le nostre vite squallide ereditate fin da bambini, fin dalle trottole, forse da prima ancora di nascere.
Chi decide la sorte ognuno?
Chi è il responsabile di tanto pianto soffocato in gola?
Chi può essere così figlio di puttana?
Chi può essere così bastardo?
L’amore e il fuoco vengono dal cielo, diceva mia madre. Y si juegas sin malicia, porque no les tienes miedo, esperando a sota de oros te aparece un caballero. Dispense, mi buen amigo: es que yo llegué primero. Al sentire il fragore del piombo saltammo dalle sedie come se ci avessero messo un petardo nel culo. Lautaro, disteso sul pavimento splendente, fissava la luce pallida e tremolante della lampada da soffitto. Con un buco alla nuca portò entrambe le mani al collo per cercare di fermare il sangue che aveva cominciato a sgorgare fin dal primo giorno in cui aveva stretto la mano a Evaristo. Ci sorprese tutti che fosse ancora vivo.
Il sangue gli colava lungo il collo, bagnando la camicia bianca a fiori neri che indossava. Era la sua camicia portafortuna, così ci disse quando iniziò a mischiare le tessere. Con gli occhi sbarrati dalla paura — quella paura che dà la certezza che la morte ti si avvicina senza scampo —, Lautaro infilò la punta dell’indice destro nel foro della pallottola, in un ultimo tentativo di fermare l’unica cosa che è inevitabile per tutti.
Voleva parlare, ma gli uscì solo un sibilo. Stava soffocando nella sua miseria e nel suo sangue. Il sibilo. Quel dannato sibilo. Una musica immobile che non dimenticherò mai in tutta la mia fottuta vita, il tentativo di Lautaro di pronunciare le ultime parole. Parole che non conoscerò mai, di cui non saprò mai che cosa volessero accarezzare come un ultimo lambimento di questo mondo che si offuscava nei suoi occhi limpidi mentre le lacrime scorrevano sul suo viso.
Piangeva, piangeva disperato per non riuscire più a parlare e perché sapeva che nessuno avrebbe capito il significato del suo rantolo. Sarebbe morto senza dire ciò che era importante, ciò che era più prezioso, ciò che era unico. Sarebbe morto come tutti noi moriremo: nell’angoscia di sapere di non essere stati compresi. Nessuno — nemmeno noi stessi — può comprendere il senso della propria vita.
A Lautaro gli cedettero le mani lungo i fianchi. Il corpo tremava. Aveva lo sguardo perso. Si era cagato addosso: ce ne eravamo accorti dalla puzza di merda che era insopportabile. Evaristo, sereno, posò la pistola sul tavolo, fece gli ultimi tiri al suo sigaro mentre guardava, senza dire una parola, Lautaro morire in un lago di sangue e sporcizia.
Il foglio bruciava sul tavolo, le ceneri volavano per la stanza. Il sibilo cessò. L’agonia finì. Mi venne da vomitare; sentii un dolore davvero bastardo nelle viscere. Il corpo di Lautaro giaceva a terra con gli occhi e la bocca aperti, puzzando, con la notte conficcata nel cuore che non batteva più. I baffi li aveva irrigiditi dal sangue che gli colava dal naso; la pelle della sua faccia era diventata giallastra e lo faceva sembrare più vecchio di quanto fosse.
Il biglietto che bruciava, Evaristo l’aveva lanciato in faccia a Lautaro mentre giocavano, così, all’improvviso, dal nulla. Nel momento stesso in cui Lautaro lo leggeva, Evaristo gli gridò:
«Mi hai tradito, maledetto scorpione con le ali».
E subito dopo sparò.
In quel momento mi feci un sorso bello pesante di birra per cercare di riprendermi. Evaristo prese il suo ferro dal tavolo e se lo infilò in vita, mise i soldi della scommessa nelle tasche dei pantaloni, aprì il sacchetto di plastica della blanca e la assaggiò con il mignolo prima di arrotolarlo e mettere via anche quello. Lautaro stava pagando il valore della sua puntata in coca. Ci eravamo giocati tutto quello che avevamo; non sapevamo che era in gioco anche la nostra vita.
Evaristo parlò a me e a Leopar con grande calma:
«È andato tutto a puttane. Nessuno ha visto niente. È chiaro, canaglie? Se qualcuno parla, se la vedrà malissimo. Non credo abbiate le palle di farvi avanti come pantere. O si?»
Fece una pausa.
«Quel coglione era mio padre. Ha ucciso mia madre quando ero ragazzino e mi ha abbandonato. Si meritava tutto quello che gli è successo, il gran bastardo».
Nessuno dei due sapeva se fosse vero o se volesse solo tenersi la droga e i soldi. Leopar lo implorò di lasciargli prendere la sua parte, era tutto ciò che gli restava. Evaristo tirò fuori la pistola e gli sparò alla testa senza esitare. Il sangue di Leopar mi schizzò in faccia e sulla camicia.
Ripose l’arma, mi guardò dritto negli occhi, e con la mano mi fece un gesto di silenzio mettendo l’indice sulle labbra prima di dirmi:
«Segreto di due, segreto di Dio».
Si voltò, camminò verso la porta facendo risuonare gli stivali sul pavimento e se ne andò com’era arrivato.
Voy a jugarme un albur con una baraja de oro. Que si lo gano, ya estuvo. Y si lo pierdo, ni modo, porque yo soy de los hombres que cuando pierdo no lloro.
Il corpo di Leopar rimase disteso sullo stesso pavimento di quello di Lautaro, a sognare lo stesso sogno. Presi il doppio di tre dal tavolo, gli diedi un bacio e lo misi nella tasca della mia camicia. Memorizzai il più in fretta possibile l’ordine delle tessere della partita. Avevo perso tutto, tranne la vita, e quello era già abbastanza per apprezzare la mia fortuna. Quella pedina non sarebbe mai più stata un cattivo presagio, al massimo il contrario.
Uscii di corsa dalla casa di Leopar con la sensazione di star soffocando. Fuori tirai su l’aria come se fossi appena riemerso dall’acqua dopo molto tempo. Mi buttai in ginocchio, a terra, vomitai un liquido giallo e denso, mi pulii la bocca con la mano e piansi come quando ero bambino. Guardando il cielo aperto e notturno capii che gli astri erano disposti nello stesso modo delle pedine sul tavolo bianco. Nel cielo c’è sempre fuoco, solo che non sappiamo quando ci pioverà addosso.
L’autore
Raúl Motta (Stato del Messico, 1983) è uno scrittore, editore, giornalista culturale e sceneggiatore cinematografico. Insegna narrativa presso il Colegio de Escritores de Latinoamérica. È specializzato in racconto, cronaca e saggio. Parte della sua opera è stata tradotta in inglese e pubblicata in Argentina e in Messico. È inoltre editorialista della rivista Este País.
Michela Di Giovannantonio (13 Giugno 2001) ha conseguito la Laurea Triennale in Lingue, Letterature e Culture dell’Europa e delle Americhe con votazione finale di 110 su 110 e Lode presso l’Università L’Orientale di Napoli. Attualmente frequenta il corso di Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Europee e Americane, consolidando lo studio di Lingua e Letteratura Spagnola e Cultura e Letteratura Ispano-Americana. Nel 2019 ha ottenuto la certificazione linguistica C1 in lingua Inglese grazie a un soggiorno studio in Inghilterra con il progetto EF Education, e nello stesso anno ha partecipato al progetto europeo eTwinning. Durante il percorso triennale, ha svolto il tirocinio presso la testata giornalistica online Eroica Fenice, occupandosi della scrittura e pubblicazione di articoli e recensioni. Ha frequentato il corso di Traduzione Letteraria per l’Editoria presso l’Instituto Cervantes di Napoli, formandosi nella traduzione di testi letterari dallo Spagnolo all’Italiano e avendo l’opportunità di approfondire ulteriormente lo studio di testi letterari Ispano-Americani.













