Newsletter

Search

Racconto di Natale

Sommario

Traduzione di Rebecca Autiero

Revisione e editing di Claudia Putzu

I

Le sere del venticinque dicembre, di solito, sono calde. A fine serata, lo zio Abel prepara l’agnello. Toglie la plastica nera con cui l’hanno riportato dalla campagna. Lo apre dal ventre, lo appiattisce. Restano le costine rilucenti e rosate all’aria. Si seccano, brillano. Lo zio Abel accumula la prima pila di legna sulla griglia e accende il fuoco. Intanto, la nonna passa dalla cucina alla griglia. Attraversa la veranda. Lei chi è?, chiede ogni volta. Lei che ci fa qui?, chiede ogni volta. Fuori, fuori, schifoso, grida. La nonna è malata. Festeggeremo a casa sua il Natale. È una donna piccola e grassa. Con il tempo e la vecchiaia, la sua faccia si è deformata, la pelle si è raggrinzita, l’espressione, come sempre, austera.  In una foto che conserva della sua luna di miele, è giovane e sorride. Ben piazzata, ma giovane. Era il 1937. Per una settimana stettero in un hotel di Las Sierras, dormirono insieme per la prima volta. Entrambi con lo sguardo fisso sul soffitto. In silenzio. In una delle sere del viaggio di nozze, si fecero scattare la fotografia nella quale lei passa appena un braccio sulle spalle del nuovo marito, la fotografia che ancora conserva. Sono appoggiati a un muro di pietre. Dietro c’è un’agave gigante e un alberello forse di prugne. Era ben piazzata, ma giovane. Dicono che rideva tutto il tempo, proprio come zia Mary, sua figlia, ride tutto il tempo. Io non l’ho mai vista ridere: quando sono nato, già era vecchia. Zia Isabel ha una foto incorniciata della nonna, nella sala da pranzo di casa sua. Ci sono loro due: zia Isabel e sua madre, mia nonna, incinta. Senza dubbio, la nonna non è a suo agio. A malapena riuscirono a farla. Vorrebbe che tutto finisse, che non la si infastidisca. Zia Isabel sorride dicendo “Non è niente”. È una fotografia di qualche anno fa: la nonna aveva i capelli grigi e scompigliati, come se si fosse da poco alzata dal letto. Appiattiti ai lati e bombati al centro. La scattarono in qualche occasione speciale: un compleanno, una festa, un Natale. Negli ultimi tempi non si lasciava più pettinare. Un giorno chiederò a mia zia Isabel di regalarmene una copia. O che me la presti per fotocopiarla a colori. Come appare lì, così la ricordo, mia nonna Margarita.

II

Mia zia Isabel è la sorella di mia zia Mary, loro sono le uniche due figlie di mia nonna. Dopo ci sono lo zio Néstor e mio padre. Lo zio Abel è il marito della zia Mary. Lo zio Abel arrostisce l’agnello. A volte, al posto dell’agnello, c’è un maialino. A volte lo arrostisce lo zio Néstor. Mio cugino Lucas è sempre stato l’addetto ad aiutare in queste cose: gli piace. Anche mio cugino Mauricio aiuta. In ogni caso la nonna non riconosceva nessuno. Ci cacciava via. Quando le spiegavamo chi eravamo, che stavamo facendo lì, perché le stavamo mettendo sottosopra la casa, scoppiava a piangere e chiedeva scusa. Aveva sempre un fazzoletto a portata di mano. Lo custodiva in un fagotto, nella manica della giacca. Si strofinava il viso in modo particolare, come se volesse togliersi di dosso la sporcizia accumulata di anni. Il nonno José, quando era vivo, controllava la cottura dell’agnello seduto su una panca di pietra, sotto l’acacia, di fronte alla veranda. L’acacia aveva foglie piccole: in autunno si ingiallivano e cadevano a migliaia, ogni giorno. Si spazzava costantemente, ma le mattonelle del cortile erano sempre piene di foglie gialle, piccole. Non ricordo molto di nonno José. Cose sparse. Una volta, in una di queste sere di preparativi, seduto sulla panca di pietra, sotto l’acacia, si piegò di lato e scorreggiò. Nessuno disse nulla. Solo mio fratello, che era il più piccolo, rise apertamente. Sbucciava l’aglio, seduto all’estremità del tavolo, in cucina, mio nonno José. Anche così lo ricordo. Le dita fragili, le unghie lunghe e gialle si infilavano nella buccia venosa e bianca attorno agli spicchi che scricchiolavano e cadevano, e l’aglio era libero. Dev’essere stato inverno: stava preparando la bagna cauda. O forse era aglio per il chimichurri dell’agnello che avremmo mangiato quel Natale. Forse era estate e pioveva, o aveva rinfrescato all’improvviso, e fu quello che lo obbligò a lasciare la sua panca di pietra, sotto l’acacia, e rinchiudersi nella sala da pranzo, e sedersi all’estremità del tavolo. Mio nonno José non raccontava storie. Non era un nonno che diceva: Ricordo, nel trentatré, quattro uomini, uno si chiamava Juan But e gli altri Julián e Petro López e di un altro non si seppe mai il nome, arrivarono in auto con i fari spenti al campo dove vivevamo allora e uccisero a colpi di pistola i miei due fratelli, rinchiusero le mie sorelle in una stanza e trascinarono mia mamma sul pavimento per i capelli, sopra i corpi dei suoi figli, i miei fratelli, morti, chiedendo dove nascondesse il denaro. No, mio nonno non lo raccontava e avrebbe potuto farlo, perché era tutto vero. Scappò correndo per la terra arata, attraversò al buio una fattoria, con un proiettile in bocca. L’intera notte acquattato tra le piante di mais. Non parlava di quello e di nessun’altra cosa, e quando parlava, lo faceva in piemontese. Io non parlo piemontese. Della sua morte ricordo solo immagini come nei sogni, luoghi, alcuni gesti, i vestiti che mi avevano messo per il funerale. Ricordo anche mia cugina Verónica piangere. Mia nonna non ha mai memorizzato la morte di suo marito, non si è mai abituata alla sua assenza. A metà mattina, o quando imbruniva, o quando era seduta sul muretto, percepiva l’assenza e camminava fin dove noi vivevamo, una casa adiacente alla sua, per chiedere se José fosse tornato dalla campagna. No, nonna, José è morto, le rispondevamo e lei piangeva piano, si asciugava la faccia con il fazzoletto, seduta appena sull’angolo di una sedia. Quando?, chiedeva. Tre anni fa, in ottobre. E adesso che cosa faccio? diceva. Questo succedeva tre o quattro volte al mattino e tre o quattro volte la sera, ogni giorno. Dopo la morte del nonno, qualcuno tagliò l’acacia. Il sole cominciò a battere direttamente sulla veranda. Non c’erano più foglie gialle e piccole, le mattonelle del cortile erano sempre pulite. Si scolorivano al sole.

III

C’è un’altra fotografia. Compivano cinquant’anni di matrimonio. Dormirono una settimana in un hotel de Las Sierras, nella stessa stanza, uno vicino all’altro, senza toccarsi. Lui non pensava a questo, però, nell’oscurità, i volti di Juan But e Julián e Pedro López tornavano ad apparire. E Margarita, giovane e formosa, aspettava tranquilla. Passati tre anni di notti così, lui si buttò su di lei. Decise che avrebbe dimenticato. Che farlo era necessario. Ora erano passati cinquant’anni da quelle prime sette notti. Sono le loro nozze d’oro, li circonda la famiglia: due figli, due figlie, nove nipoti. Sulla tavola, la torta della festa: pasta sfoglia, con la copertura fatta di losanghe alternate a zucchero a velo e cacao. Sono le torte che facevano alla panetteria di Smutt.  È arrivata avvolta in una carta bianca, con due strisce di cartone incrociate sopra, in un fragile tentativo di protezione. Una volta sepolti i fratelli morti, dovette occuparsi di tutto da solo. I suoi genitori si trasferirono in paese e non misero mai più piede nella terra di cui erano proprietari. Lui ritornò e scavò un pozzo dietro la casa e in quel pozzo portò i vestiti insanguinati e li bruciò, smuovendoli con una forca. Non chiese aiuto. Un mandriano osservava da lontano e lui non lo chiamò. Fece tutto da solo. Scambiò bestiame in lungo e largo, e mise la sua firma sui documenti, ed ebbe un caseificio, e di anno in anno aggiungeva altra terra alla sua. Ora vuole solo la sua panca di pietra. L’agnello viene arrostito su due braci. Sopra la griglia c’è un disco in metallo, appoggiato su quattro mattoni, sul quale si sistemano altri carboni, alcuni tronchi accesi. Se con i miei cugini ci avvicinavamo al braciere, mio zio Abel, mio zio Néstor, sollevavano il disco e ci mostravano la carne in cottura. Accanto al braciere c’è un barattolo di chimichurri. Di tanto in tanto spargono la salsa sull’agnello. Il chimichurri è fatto con prezzemolo, aglio, peperoncino piccante, spezie, pepe, sale. Lui ha sbucciato l’aglio, ha tritato il prezzemolo, ha schiacciato i grani neri di pepe con il dorso della lama del coltello. Quando un coltello si infila in profondità nella carne, nella spalla per esempio, e non esce più succo rosso, significa che l’agnello è cotto. Uno dei fratelli di mio nonno era rimasto vivo, nel corridoio, disteso. Gli assalitori lo finirono con un coltellino per spennare i polli, nel corridoio, disteso.

IV

Mia zia Mary regala a ogni nipote, per i loro rispettivi compleanni, una torta di cocco. Non è una ricetta di famiglia. L’ha imparata dalla televisione. Anni fa. Dicono che mia nonna Margarita preparava dei ravioli squisiti. Quando io la conobbi, non ricordava più come farli. A volte, se la donna burbera che si prendeva cura di lei scappava a fumare una sigaretta, lei, libera dal controllo, friggeva patate e cipolle in una padella nera. Combinava un disastro. Nella sua cucina c’era sempre odore di olio bruciato e cibo riscaldato. Da quando il nonno è morto, la fanno sedere a capotavola. Quando ci prepari i ravioli, nonna?, chiedeva qualcuno. Lei annuiva. Li avrebbe fatti. Dopo chiedeva che facevamo tutti lì, quando ce ne saremmo andati, chi eravamo. Al momento dei dolci, il capriccio era tale che dovevamo alzarci e andare via. Viveva sola in quella grande casa. Non permetteva a nessuno di farle compagnia, o non sopportava a nessuno. Nonostante ciò, una signora restava sempre a dormire. Lei, allora, nascondeva le cose. Le metteva via. Pensava che quella signora, burbera e con odore di tabacco, l’avrebbe derubata. Pacchetti di cotognata nel cassetto delle calze. Medagliette di latta nella credenza. Vecchie lettere, un diploma nell’armadietto del bagno. Stracci. Rammendi. Straccetti. Ovunque. Come un’uccellina che decora il nido. Perdeva sempre la chiave del lavatoio, o di casa sua. Le legavamo la chiave al fazzoletto che nascondeva nella manica. Una mattina entrai in casa sua, senza far rumore. La chiamai. Nonna? Nonna? Non rispondeva. Percorsi il corridoio fino alle camere. Era distesa sul letto, coperta, bocca aperta. Mi avvicinai molto piano: le batteva ancora.

V

Quando morì, svuotarono la casa. Ammucchiarono i mobili nel salotto, chiusi a chiave. Altri se li portarono via. La panchina di pietra del nonno José finì nel campo di mio zio Néstor. Alcune finestre rimasero aperte, per far circolare l’aria. Sulle pareti si potevano vedere i segni dei quadri, le mensole che erano state appese. Restavano i chiodi. Il vento riempì la casa di polvere. Camminare scalzo sui pavimenti freschi significava calpestare la polvere. Una parente mi porse un ritaglio di giornale. Si intitolava “L’epilogo di un dramma”. Sotto diceva: Ecco i tristemente celebri personaggi, autori del barbaro assalto alla fattoria di Pedro Falco che il 19 gennaio scosse tutto il paese. C’era una fotografia di tre uomini seduti su una panca, contro la parete. Da sinistra a destra, Juan But, Julián López e Pedro López. I tre erano in carcere. Uno morì lì. La fotografia è talmente vecchia che le loro facce a stento si distinguono. La casa si chiamava “La Isabel”. Era scritto in bassorilievo sulla facciata, sopra la porta principale. Forse le avevano dato quel nome in onore alla nascita di mia zia Isabel. Nella veranda il vento sollevava mulinelli di foglie secche. Accanto all’ingresso, tra la porta e il contatore del gas, c’era un enorme fico d’india. Le erbacce crescevano fino a due metri nel cortile. Il pollaio era abbandonato. Molte di quelle erbacce erano piante di cicoria, l’unica coltivazione dell’orto negli ultimi tempi. Erano cresciute selvatiche, figlie anch’esse di piante selvatiche. Alte aste con fiori azzurri, lavanda. Margherite azzurre: il fiore della cicoria selvatica. Ai bambini che andavano a cogliere mandarini dalle due piante del giardino davanti, all’ora della siesta, la nonna li rincorreva gridando: fóra, fóra, fuin de un fuin, fuinazún, Li rincorreva con un bastone, sfoderava la sua autorità. Ora i mandarini marciscono sugli alberi. I ragazzi del paese si sono già accorti che, in realtà, la pianta dà solo frutti amari. E in quella casa sono rimasti, di lei, alcuni stracci, pezze stropicciate, pelucchi in fondo ai cassetti. La carta di giornale macchiata che copre gli scaffali.

 

L’autore

federico falcoFederico Falco è nato nel 1977 a General Cabrera, nella provincia di Córdoba. È autore di racconti, romanzi e poesie. Nel 2010 è stato selezionato dalla rivista Granda come uno dei migliori scrittori in lingua spagnola under 35. In Italia sono stati pubblicati la raccolta di racconti Silvi e la notte oscura (2018, traduzione di Maria Nicola, Edizioni Sur), finalista al Premio Gabriel García Márquez, e il romanzo Le pianure (2022, traduzione di Maria Nicola, Edizioni Sur).

Cuento de Navidadè tratto da 222 patitos y otros cuentos, Eterna Cadencia, 2018. Si ringrazia l’editore per la gentile concessione.

 

 

Rebecca Autiero, è nata a San Giorgio a Cremano (NA) nel 2003, ha conseguito la laurea triennale nell’Ottobre del 2024 presso l’Università l’Orientale di Napoli in Lingue, Culture e Letterature dell’Europa e delle Americhe. La sua tesi di laurea, dal titolo Un’altra idea di sviluppo: come valutare il concetto di sviluppo dei diversi paesi a confronto, ha esplorato modelli alternativi al paradigma economico tradizionale, analizzando in particolare la filosofia andina del Buen Vivir andina, la conferenza internazionale sul benessere tenutasi in Germania e l’esperienza del Bhutan, noto come il Regno della Felicità. Ha perfezionato le sue competenze nel settore della traduzione letteraria frequentando il Corso di Traduzione per l’Editoria presso l’Istituto Cervantes di Napoli.

Post correlati

Una macchia che non va via

Traduzione di Claudia Putzu Editing di Flavia Fedele   Mi svegliai a pezzi. Andai comunque a lavorare per l’intera giornata, a casa della vecchia. Non

Silenzio

Traduzione di Claudia Putzu   Mi sveglio con la stessa pesantezza di ogni giorno. La voglia di restare immobile, di non aprire gli occhi, per

Wincher, tra le altre cose

Traduzione di Claudia Putzu Editing di Andrea Corona   Noi della costa sappiamo che, per assicurarci il pasto, non c’è cosa migliore che imparare il

Attualità

Afrodiscendenza

America Latina