Newsletter

Search

Lista non richiesta dei miei libri del 2025

Sommario

Non da intendersi in ordine di gradimento, e questo è appurato. Non da intendersi come “I libri più belli usciti nel 2025” (o usciti nel 2025 e basta), piuttosto come una personalissima lista di chi, quest’anno, ha letto molto poco, e ha avuto ancora meno tempo di scrivere delle sue letture. Durante una presentazione nella mia libreria, un autore brillante ha detto: «La critica è autobiografica». È un controsenso, sì, ma se il linguaggio del testo critico è – per sua natura – alieno a qualsiasi personalismo, l’argomento da cui questo origina, lo sceglie il lettore. In questo caso, si tratta della materialità, del tangibile, qualsiasi cosa da cui si arrivi a sondare lo strutturale invisibile a sostegno di quanto, invece, nelle storie narrate è manifesto. Alla brevità che questo tipo di articoli richiede affido il compito di abbandonare la rigidità del primo, concedere al mio umile io di far capolino ogni tanto e mischiare le carte.

 

La pazienza dellacqua sopra ogni pietraLa pazienza dell’acqua sopra ogni pietra – Alejandra Kamiya (La Nuova frontiera)

Traduzione di Elisa Tramontin, La pazienza dell’acqua sopra ogni pietra è una raccolta di racconti dell’autrice, nata da madre argentina e padre giapponese, Alejandra Kamiya, che esplora – cito – «il legame tra l’uomo e l’animale, tra il quotidiano e l’onirico», aprendo spifferi da cui si inseriscono elementi culturali, declinati poi in strategie artistiche, a svelare un altro “legame”, più sottile: tra l’America Latina e il Giappone. L’autrice sembra riportare a galla un fondo comune (non mi ricordo da chi abbia preso questa espressione, non ricordo più chi mi abbia insegnato cosa) in cui dialogano simmetria e dualismo, vita e morte, non ci sono forse tigri (giaguari), ma sì, scimmie e aironi che spuntano nella pampa, cani che riflettono come umani; restituisce al simbolismo naturale una valenza narrativa aliena alle perversioni dell’analogia. Il suo è più un lavoro orientato sulle direzioni. Ho ripreso questa raccolta dopo aver visto Si alza il vento di Miyazaki. La storia dei due amanti si fonde con la Storia del Giappone – le ricerche sull’aviazione, gli esperimenti tecnologici, il confrontarsi, a guerra finita, con il mondo occidentale, con l’ovvio svantaggio causato dalla scarsità di materie prime – e la storia dei giapponesi – la povertà, bambini che attendono i genitori che tornano tardi dal lavoro, il sistema valoriale della famiglia – crea un’immagine a più livelli, ne cito una: il treno sferraglia sul ponte, sotto delle persone si scaldano intorno a un falò acceso. La seconda scena che mi viene in mente, Nahoko va a morire in montagna, va a morire in alto, intanto Jirō riesce a far volare il suo aereo. Nel primo racconto, “Sola”, Elena si accorge che Antonio se n’è andato, va a cercarlo fuori, non lo trova, si siede, dunque, non su una panca, ma su un tronco caduto e guarda in basso “gli ultimi volti”, un’immagine che riverbera negli altri testi, nei silenzi, nelle lacune, più importanti, in Kamiya, di quanto viene detto. Una sensazione non mi abbandona, né pensando a Si alza il vento né leggendo La pazienza dell’acqua sopra ogni pietra: nelle inevitabili e costanti distanze tra noi e il resto, corre veloce il tempo, disarmante è la rapidità con cui alcune cose scivolano tra le dita, allo stesso modo è complicato riconoscere e accogliere la “bellezza” (lo mette tra virgolette, giusto così). Di contro la scrittura si fa lenta, si accorda a un “bisogna cercare di vivere” che prende corpo nel finale e prosegue oltre il racconto.

Prima, perché il mio sogno per il 2026 è tradurla, ci riuscirò?

Geografia della linguaGeografia della lingua – Andrea Jeftanovic (gran vía edizioni)

Traduzione di Maria Cristina Secci, la sezione “Sud” del romanzo si conclude con la frase «Ti voglio bene, conoscendoti a metà» e l’autrice cilena, classe 1970, nata a Santiago del Cile, già nelle prime pagine introduce un’immagine interessante, la parentesi. In scrittura, la parentesi è un non-luogo, dove è racchiuso un inciso, un elemento esplicativo che potrebbe essere omesso. Sara e Alex si conoscono all’inizio del Duemila, l’11 settembre del 2001 – mentre la Storia succede: due ore e anche loro si sarebbero potuti trovare avvolti nelle nuvole di fuoco delle Torri Gemelle. Lei è del Sud (America), lui del Nord (Europa): due punti opposti su una mappa, linguisticamente quanto culturalmente. Si scambiano numeri e indirizzi, si danno appuntamento nelle diverse latitudini che titolano le varie sezioni, e dialogano in una terza lingua, “lontana dalla violenza del mondo”. Jeftanovic che, invece, di lingua ne ha una, ci ricorda, con la sua prosa, che le parole sono uno strumento dalle possibilità infinite. Nella prima parte, i protagonisti si scambiano messaggi al computer. Sullo schermo del portatile di lei è aperta una finestra, dà su una bolla di intercalari, punteggiature mancanti e risposte monosillabi precedenti a un invio. Si dovrebbe menzionare il racconto “Chiamate telefoniche”, dove ci sono due persone che forse si amano, o forse non sono mai esistite, la loro storia, però, è reale nella fragilità di un filo, in quelle reti invisibili che accorciano le distanze; o la meravigliosa prova di Javier Tomeo, tradotta da Elisa Tramontin per Occam, ne Il cacciatore di leoni: un uomo intrattiene una sconosciuta, che è dall’altro capo del telefono, raccontandole delle sue avventure africane, e dichiarandole, poi, il suo amore. Finale  splendidamente prevedibile. Tornando al romanzo, c’è una seconda finestra (polisemia) che, al contrario, è rivolta sulle vite degli altri. La penna di Jeftanovic spinge a concentrarci sui dettagli, è una telecamera che stringe continuamente sui modi di parlare, sui cristalli di brina sul collo di Alex che si sciolgono per trasformarsi in goccioline di sudore; sui formati di pasta nella dispensa di lui, che lei osserva con minuzia quando si ritrova per la prima volta a casa sua, non solo a casa sua, ma nelle sue giornate, nelle sue abitudini, soprattutto nei luoghi – qui cambia tutto. Non ricordo un vaso di fiori, né piante di alcun genere, nell’ultima scena, ma sì, non posso fare a meno di pensare a un passo de Lo sguardo della bambola gonfiabile di Javier Tomeo (trad. Loris Tassi, Occam editore), ma non citerò l’intera frase, altrimenti anticiperei un finale bello proprio perché prevedibile; ne citerò solo una parte: «[…] non tutti possono essere testimoni di tali prodigi».

Armonía, Armonía: La donna nuda e Morte per scorpione – Armonía Somers (Ventanas edizioni)

Traduzione di Laura Putti, sintetizzare Armonía Somers è una cosa che non si dovrebbe fare mai. Non perché sia impossibile evidenziare le questioni affrontate dalla grande autrice uruguagia di cui si sapeva molto poco, anzi nulla, in Italia, prima dell’operazione culturale – può sembrare pomposo, ma credo sia appropriato definirla così – della casa editrice Ventanas, di tradurla; non si dovrebbe fare mai, di seguito, infatti, condivido qualche mio appunto.

la donna nudaLa donna nuda è la storia di Rebeca Linke. Inizia con un treno che la porta nella casa fuori città, da poco acquistata. Lì afferra uno stiletto, si taglia la testa, per poi indossarla come un casco e avviarsi verso il bosco. Viene dunque colto in medias res, il lettore, osservando la camminata della protagonista: «Cominciava a quel punto il terreno pianeggiante. Non così liscio né disabitato come sembrava da lontano. Era controllato da mille occhi invisibili, triturato da mille denti»: un passo quasi Romantico, un (nuovo) incontro, il corpo nudo di fronte – ragionando per estensione – alla natura che sembra animarsi. Continua Somers: «Gli alberi erano apparsi di colpo, serrati, scuri, e il loro mormorio diventò come la somma di tutti i respiri sul suo viso. Fece il possibile per evitarli». Lo spazio in cui si immette Rebeca si presenta come ostile: «Ma le sembrò, improvvisamente, che il bosco l’avesse individuata, che la stesse spiando. Perché si era abituato al bisbiglio di quella massa, o perché in realtà si era già zittito, fatto sta che fu avvolta da un silenzio brutale, come il mutismo di una miriade di cospiratori»: se da un lato, lo spogliarsi è un atto di riaffermazione… mi viene in mente Duras… racconta anche di una solitudine che spinge a reinventare un’intelligenza (modo di intendere). Nel sovrapporsi di pensieri e di voci, c’è una donna nuda di fronte a un bosco… continuava Duras… di cui una certa mentalità benpensante ha paura, il luogo dove si va a caccia, per sanzionare e punire; è solo il corpo – Foucault – la battaglia e l’arma, la strategia e l’urto per Rebeca Linke, per scontrarsi con e fare luce sullo squallore che la circonda.

Morte per scorpioneIn Morte per scorpione, la materialità è nell’oggettuale, ne “Il crollo”, un racconto che narra di un assassino nero che fa l’amore con la Madonna – un’immagine ricorrente, nei testi dell’epoca, Morte per scorpione contiene racconti che risalgono (i primi) agli anni Cinquanta, come altro esempio, ricordiamo le prime pagine de Il Signor Presidente di Asturias, in Italia tradotto da Raul Schenardi. Tutto è fuorché una presenza casuale: la Vergine che veglia su ladri, accattoni, furfanti, donne che ripuliscono il sangue, in Asturias; che fa l’amore con un assassino, in Somers, significava, al tempo, prendere un’immagine, nella coscienza collettiva rivestita di sacralità e purezza, e spogliarla della sua aureola, per riportarla alla sua dimensione umana, restituendone la commozione, la rabbia, il senso di impotenza materialmente rappresentato dalla statua. Un atto politico di fronte all’oscurantismo di quegli anni, dalla (nostra) storiografia ritenuti meno significativi, in errore. Somers fa un passo ulteriore: ci tiene a far notare che, di quelle statue, ce ne sono migliaia sparse per il paese: la stessa riproduzione in serie abbatte la sacralità. E pare essere affezionata alle camminate: questo fa chi legge Somers, cammina, fa una passeggiata tra case seminate nel nulla, dietro cortei funebri, lungo strisce nere d’asfalto e campagne di contadini armati di forconi, in un – come lo chiamerebbe Bitetto – sacro niente.

 

Carlos Rios Manigua copertina.jpg sitoManigua – Carlos Ríos (Edizioni Arcoiris)

Traduzione di Alberto Bile Spadaccini, ho avuto l’onore di dialogare con l’autore intorno a questo libro che, riprendendo un verso eliotiano, definirei “un cumulo di immagini frante”. Il termine, Manigua, in lingua taina significa “una questione intricata”. Sessanta pagine divise in brevissime sezioni numerate, non interrotte in sede d’impaginazione, restituiscono l’idea di una continuità, da intendersi come l’azzerarsi di un confine spazio-temporale; una coesistenza di voci e di immagini in apparente conflitto, da sempre alla base della dinamicità del reale. Già dal titolo, l’autore ci introduce in un disegno progettuale che riprende il motivo del viaggio – Muthahi guida il proprio clan alla ricerca di una vacca da sacrificare, alla nascita del fratello, sullo sfondo dell’Africa clanica. Non un romanzo africano, ma africanizzato, come sottolinea Conde de Boek, in cui l’ambientazione è una facciata (in senso junghiano) piastrellata – brillante è la ricostruzione di Ríos, di una società che va via via scomparendo, il cui rapporto con il luogo, il deserto, con la fauna selvatica, con quella addomesticata, si contrappone a un progredire, seppur zoppicante, architettonico e tecnologico di una città con cui è faticoso convivere, senza venire meno alla dimensione rituale e alle impalcature strutturali su cui si reggono gerarchie interne difficili da smontare – percorsa da fughe (nell’accezione architettonica, musicale del termine) che definiscono la fitta rete di rapporti che il romanzo tesse nel mentre: tra la caducità (la corriera) e l’atemporalità (il fossile); tra padre e figlio; tra una collettività e l’individuo, riportandoci all’insanabile frattura di base da cui scaturisce il tutto.

Claudia Putzu

Post correlati

Racconto di Natale

Traduzione di Rebecca Autiero Revisione e editing di Claudia Putzu I Le sere del venticinque dicembre, di solito, sono calde. A fine serata, lo zio

L’anima del mondo, Felipe Polleri

Tutto è vivo, dottoressa. La morte è una vostra idea. È un’idea, in particolare, dei dottori. Non l’ho abbattuta, se questo la preoccupa. Ho seppellito

Attualità

Afrodiscendenza

America Latina