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Macedonio FernandezTantalia e altri racconti di Macedonio Fernández è un libro decisamente originale che restituisce al lettore italiano una delle voci più interessanti della letteratura ispano-americana.

Questa raccolta, tradotta da Livio Santoro, che firma anche una densa postfazione, pubblicata da Edizioni Arcoiris nell’ormai nota collana “Gli eccentrici”, riunisce sette racconti che offrono un attraversamento esemplare della poetica di questo autore. Una poetica, è bene scriverlo subito, che non si accontenta di narrare, perché Fernández mette in discussione la forma stessa del racconto, ne smonta i meccanismi, ne deride le convenzioni e, proprio così facendo, ne rinnova la forza. Per questo motivo, chi scrive ritiene utile, pur nel poco spazio a disposizione, proporre una rapida rassegna dei singoli racconti, così da delineare una panoramica della varietà di soluzioni narrative e di registri espressivi che compongono l’opera.

Il testo d’apertura, “Tantalia”, è forse il più perturbante e metafisico. La vicenda della piantina di trifoglio, dapprima emblema di cura e poi oggetto di un’inaudita crudeltà, trasforma un gesto minimo in vertigine filosofica. Quando Fernández scrive che «il mondo segue un’ispirazione tantalica» (p. 13), non formula soltanto una trovata aforistica, ma condensa un’intera visione del desiderio, scandita dal passaggio tra simbolo amoroso e colpa, tra tenerezza e tortura, fino alla ricomparsa dell’amore. In “Chirurgia psichica di asportazione”, il protagonista Cósimo Schmitz, privato del senso del futuro, vive in un presente assoluto. Fernández costruisce qui una parabola insieme comica e tragica sulla memoria, facendo procedere il testo per deviazioni, note, false spiegazioni e rovesciamenti, all’interno di un disordine controllato di notevole efficacia. “Racconto di letteratura non letteraria” concentra invece in poche pagine una crudele riflessione sull’inafferrabilità di ciò che chiamiamo fatti. Tomás, cameriere votato con candore assoluto al servizio, muore davanti a una richiesta impossibile. A quel punto, dopo una sorta di breve necrologio, o qualcosa di simile, Fernández dichiara che questa vicenda non è mai accaduta. L’episodio colpisce perché descrive una ferita invisibile, una sopraffazione interiore che, pur non lasciando tracce materiali, può distruggere un’esistenza, reale o immaginaria che sia.

“La zucca che divenne cosmo” può considerarsi senza dubbio il racconto più visionario della raccolta. Una zucca del Chaco cresce fino ad assorbire il mondo, trasformando questa espansione smisurata in un’apocalisse botanica che diventa una grottesca metafisica dell’universo, ossia la “Metafisica Cucurbitacea”, secondo la quale «data la relatività di tutte le grandezze, nessuno di noi saprà mai se vive in una zucca o meno, o perfino in una bara; né se siamo cellule del Plasma Immortale» (p. 41). Nel racconto successivo, “In cui Solano Reyes, vinto, pativa ogni giorno per due fallimenti”, il quotidiano, con le sue abitudini e i suoi oggetti più semplici, diventa materia speculativa, fino a tracciare una teoria dell’affetto e della resurrezione sensoriale. Senza voler svelare troppo al lettore, non si può non citare il rinoceronte che si interpone tra Solano e il pane del giorno, creando un’immagine di grande impatto, capace di rappresentare l’inibizione, lo scrupolo e quella paralisi morale che impedisce a Solano di godere di ciò che ha davanti. “Le lanterne diurne degli ateniesi” è invece una favola satirica in cui Diogene vende agli ateniesi lanterne da usare di giorno, dunque prive di ogni reale funzione. Anche qui il senso si rovescia, e l’inutile diventa progresso, mentre il ridicolo viene accolto come invenzione. Fernández mette alla berlina la credulità collettiva e l’adorazione delle novità, ma lo fa con leggerezza, lasciando che sia il paradosso a produrre l’effetto straniante. Il volume si chiude con “Un romanzo che inizia”, in cui l’autore esplicita la propria idea di scrittura fondata sull’interruzione, sul rinvio e sull’opera che riflette su sé stessa mentre nasce. Il racconto si rivolge ai “lettori di inizi”, cioè a coloro che amano l’avvio più della conclusione e la promessa più del compimento, trasformando il romanzo mancato in un congedo perfetto, dove l’inizio contiene già un mondo, un’autobiografia, una malinconia e uno sberleffo.

Questa parziale disamina consente di cogliere uno dei tratti distintivi della narrativa di Fernández, vale a dire il rifiuto della linearità, dell’effetto realistico e della conclusione rassicurante, a favore dell’ipotesi, del paradosso, della digressione e del cortocircuito tra comicità e metafisica. I suoi personaggi compongono una galleria di figure memorabili, sospese tra pensiero e caricatura, pietà e ironia, dentro una scrittura che non si limita a rappresentare il mondo, ma lo mette alla prova, lo deforma e lo costringe a rivelare le sue leggi nascoste. Ne nasce una lettura spiazzante, a tratti irriverente, che testimonia tutta la sorprendente vitalità di una voce ancora capace di disorientare e affascinare.

Roberto Colonna

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Traduzione di Lara Verdini Revisione e editing di Claudia Putzu   “(…) per sentire il silenzio affila l’udito ascoltalo una volta e non sentirlo più

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