Tutto è vivo, dottoressa. La morte è una vostra idea. È un’idea, in particolare, dei dottori. Non l’ho abbattuta, se questo la preoccupa. Ho seppellito la mia ascia in un fosso molto profondo, nell’ora delle sepolture.
C’è una fase del lutto che è simile alla febbre terzana. Un giorno fai, il giorno dopo provi e non riesci; dormi una notte sì e una notte no; un giorno vorresti il tempo per leggere, il successivo ti duole ogni parola.
Ci sono entrata di recente. Un giorno il mondo, l’altro giorno l’anima.
Ci metto tutta la pazienza, ma è uno strazio. Poi, ho ricevuto in dono L’anima del mondo.
Quante persone, solo a Montevideo, scompaiono come bolle di sapone? Voi dite che sono state rapite. E invece no. Hanno soltanto sentito il Dio Albero e hanno iniziato a camminare verso il bosco.
El alma del mundo, di Felipe Polleri, vede la luce nel 2005 a Montevideo, per le edizioni Yauguru; vent’anni dopo esce in italiano, nella traduzione di Loris Tassi, per le salernitane Edizioni Arcoiris.
Uruguaiano, nato nel 1953, Polleri è uno tra i massimi autori ispanoamericani degli ultimi decenni: della sua vasta opera narrativa sono stati pubblicati in italiano Germania, Germania! nel 2016 e Le poltrone appassite nel 2020, entrambi a cura di Loris Tassi e nella stessa collana di cui fa parte anche L’anima del mondo: “Gli eccentrici”, diretta per Arcoiris dallo stesso Loris Tassi. La casa editrice Wojtek, di Pomigliano d’Arco, ha pubblicato nel 2024 a cura dello stesso Tassi Grande studio su Baudelaire (un romanzo storico).
Piangevo, perché mi avevano costretto a spogliarmi e mi si vedeva la gobba. Era una specie di pinna da squalo al centro della schiena […]. Mi sono svegliato; atterrito, cercando la pinna sulla schiena. Non è insolito che nei miei incubi mi trasformi in gobbo, nano, zoppo, eccetera. Neppure che mi inseguano e mi umilino… In fondo non sogniamo tutti la stessa cosa? Il mondo si divide in vittime e carnefici. Io sono stato una vittima, come quasi tutti; ma sono sopravvissuto. Sono sopravvissuto grazie alla parte più affilata del mio carattere, quella che ha una pinna da squalo.
Il libro ha in epigrafe i due versi iniziali del celebre sonetto Amor alma è del mondo di Torquato Tasso. In luogo dei risguardi, le riproduzioni di due frammenti del manoscritto autografo di El alma del mundo, con cancellature e correzioni. Né prefazioni né note, nessun dispositivo paratestuale salvo la quarta di copertina: tutto si compie nel testo, tra frontespizio e indice. Anzi, tra i due frammenti con la grafia di Polleri – inclinata a sinistra, con larghi occhielli, fluida.
L’anima del mondo consta di cento pagine. Ha una sezione formata da dialoghi (più tre misteriose didascalie in corsivo e diversi découpages-collages) e intitolata “Il Dio Albero”, e una sezione di racconti brevi, “Ritratti deformi”. Da mimesi a diegesi, dunque: da dialoghi prima serrati, poi frammentari, a dodici micronarrazioni appena sfiorate dal fantasma dell’ekphrasis.
Il dialogo, che si svolge in una clinica, appare piuttosto un interrogatorio: a parlare sono una psichiatra e un paziente, che ha compiuto un delitto o forse più di uno, è visitato da allucinazioni (è “un artista”, cioè “un mostro”) e ossessionato da un misterioso Dio Albero. Le immagini di quelle ossessioni entrano, proprio materialmente, nel tessuto del dialogo. E nei “Ritratti deformi” orbitano frammenti e personaggi – il medico, il paziente, le persone umane e non umane – in parte già evocati nel dialogo. Frammentari. E chissà se reali, immaginari, allucinatori.
C’è una folla, infatti: il paziente ha un numero imprecisato di personalità; c’è una psichiatra, o forse sono due; e un gobbetto, un idiota, un ometto delle formiche, Gladys e Donna Eulalia, un mendicante, una donna albero… E un gorilla viola, molte formiche, alberi, un orsetto di peluche con il nasino ferito. Compare anche la voce di Otis Redding, è dentro una cassetta audio in un mangianastri che non funziona: “Ovvio, dove vivo io non c’è elettricità” ha detto, gravemente, il barbone. “La mancanza di elettricità non è un problema. Avvicino l’orecchio al mangianastri e lo sento benissimo. Per Otis il silenzio non esiste. Si fa sentire, nonostante tutto”.
Ripetizioni con variazioni, insistenze ossessive e straniamento popolano questo libro doloroso e assieme divertente, oscuro ma di lettura tutt’altro che ardua. “Diario del delirio”, come lo ha definito Barbara Stizzoli, “opera in cui la follia non è un tema, ma una condizione ontologica” (1): un’opera che supera gli stilemi di quella tradizione che fin dal Modernismo ha associato, nella letteratura latinoamericana, follia e disgregazione del reale, follia e società, follia e violenza politica; un’opera memore del teatro della crudeltà di Artaud, dell’anima nuda e del fraseggio di Beckett, della galassia del monologo interiore. Un libro di deliri e ossimori. Ma c’è qualcosa che ancora non so dire, che associo alla pazienza – quella che invoca la gente in lutto, la gente come me – qualcosa che continuo a cercare.
Quando ero molto giovane, un signore che era emigrato in Argentina, poi tornato in Italia, ci disse un giorno di una scritta sul muro di un manicomio, a Buenos Aires: No todos somos, no todos estamos. Solo ora, nel paradossale deserto del lutto, mi accorgo che fu in quel momento che la lingua spagnola entrò nella mia vita. Non tutti lo siamo, non tutti ci siamo.
E solo ora, ripensando a quel muro dopo aver letto L’anima del mondo, solo ora mi appare quel qualcosa che non sapevo, che non riuscivo a definire mentre leggevo.
I nessi causali che si allentano, il soggetto e l’oggetto che si confondono, che sfumano nell’azione, nel concatenamento degli agenti: “Non c’è oggetto, non c’è soggetto. Ci sono eventi. Io non agisco mai; sono sempre leggermente sorpreso da quello che faccio”, scrive Bruno Latour in quel discorso sul metodo, e sui discorsi sulla realtà, che è lo straordinario Pandora’s Hope (2). “Nel punto in cui svanisce il confine fra il soggetto e l’oggetto, emerge il senso di un tutto che è insieme nulla. Esperienza del tuttonulla, del pienovuoto”, ha scritto Elvio Fachinelli in La mente estatica (3). Così mi appare ora L’anima del mondo, un tessuto che ripetizioni e variazioni, ossessioni e deliri, identità multiple e mutanti ispessiscono e assieme alleggeriscono.
Un tuttonulla, un pienovuoto.
Il libro di una follia non tanto figlia o madre di Polemos – almeno, a quanto ora mi appare – ma follia come soglia, come porta del sacro. I beni più grandi – dice Socrate nel Fedro platonico – vengono a noi attraverso la follia, quando è data per un dono divino.
Chi di noi, nell’infanzia, non ha adorato gli alberi come divinità. Questo pensavo ieri, camminando presso il torrente Savena, in quel deserto paradossale che è il lutto: dove ogni sasso che sollevi nasconde una folla di esseri – insetti o angeli? – e ogni platano o pioppo può essere strazio, lessici famigliari, orsetti di peluche.
E lungo il Savena mi è apparso il paradosso de L’anima del mondo, così oscuro e assieme luminoso, frammentario e compiuto, ordito e trama di amore e di ossimori: E poi, correre attraverso il bosco è una preghiera. A che età si perde la gioia di correre? Lei a che età l’ha persa, dottoressa?
Così prossimo al paradosso del sacro.
“Non si insisterà mai abbastanza sul paradosso costituito da qualsiasi ierofania, anche la più elementare. Nella manifestazione del sacro, un oggetto qualsiasi diventa un’altra cosa, senza cessare di essere sé stesso, in quanto continua a far parte del proprio ambiente cosmico che lo circonda. Una pietra sacra rimane una pietra; apparentemente (o più esattamente: da un punto di vista profano) nulla la distingue da tutte le altre pietre. Al contrario, per coloro ai quali una pietra si rivela sacra, questa tramuta la sua realtà immediata in realtà soprannaturale” (4).
Autore di diversi e differenti libri, Felipe Polleri ha detto: “Scrivo sempre lo stesso libro e, se dovessi dire di che parla quel libro, e questo libro, mi troverei nell’ovvia necessità di dire che, ovviamente, c’è solo un argomento che mi interessa: la compassione” (5).
Prima di ogni pensiero c’è un’assenza, un corpo a cui manca un altro corpo, e questa assenza è presenza inesauribile: ecco il paradosso di questi giorni, giorni di lutto, in cui confidi solo nella pazienza (“Forse c’è un solo peccato capitale: l’impazienza”, ha scritto Franz Kafka a Zürau (6). Non ho mai chiesto ai libri salvazione o rinascite, miracoli o guarigione. A volte accade, ad alcune di noi accade, ma è un miracolo imprevedibile e paradossale. A volte arriva in dono un libro che non sembra affatto una storia d’amore, eppure. Un libro paradossale e inesauribile. Un libro in cui la parola amor sta nel titolo, in exergo, nell’explicit.
Silvia Tebaldi
I passi citati in corsivo sono in Felipe Polleri, L’anima del mondo, a cura di Loris Tassi, Salerno, Edizioni Arcoiris, 2025, rispettivamente alle pp. 18, 18, 103, 90,
(1) Barbara Flak Stizzoli, “Scrivere la follia”, in L’indiependente, https://www.lindiependente.it/polleri-anima-mondo, 15 luglio 2025.
(2) Bruno Latour, Pandora’s Hope. Essays on the Reality of Science Studies, Harvard University Press, 1999, p. 281. Sull’agentività dei concatenamenti vd. l’omonimo capitolo dello straordinario Vibrant Matter. A political Ecology of Things di Jane Bennett, Duke University Press, 2010, trad. it. Angela Balzano, Materia Vibrante. Un’ecologia politica delle cose, Palermo, Timeo, 2023.
(3) Elvio Fachinelli, La mente estatica, Milano, Adelphi, 1989, p.33.
(4) Mircea Eliade, Il sacro e il profano, trad. it. Edoardo Fadini, Torino, Bollati Boringhieri, 1965, p.15 (Le sacré et le profane, Paris, Gallimard, 1965).
(5) Felipe Polleri, Le poltrone appassite, traduzione di Loris Tassi, postfazione di Alfredo Zucchi, Edizioni Arcoiris, Salerno 2020.
(6) Franz Kafka, Aforismi di Zürau, a cura di Roberto Calasso, Milano, Adelphi, 2004, p. 3.













