Newsletter

Search

L’architetto del verbo: oltre il creazionismo in Satiro di Vicente Huidobro

Sommario

Nel panorama delle avanguardie ispanoamericane, la figura di Vicente Huidobro (1893-1948) svetta come quella di un demiurgo inquieto. Se con Altazor il poeta cileno aveva sancito la “caduta” del linguaggio verso l’abisso della pura sonorità, è in Satiro o Il potere delle parole (Edizioni Arcoiris, traduzione di Loris Tassi) che questa ricerca si sposta dalla poesia alla prosa, toccando vertici di perturbante lucidità.

Huidobro non scrive un semplice romanzo, ma mette in scena la parabola estrema del suo Creazionismo: l’idea che l’artista non debba imitare la natura, ma competere con essa. Qui, però, la creazione si tinge di ossessione e follia.

La trama: l’ossessione che si fa carne

La narrazione si apre con un ritratto di apparente serenità: Bernardo Saguen è un uomo colto, un esteta che vive circondato dai suoi libri e dalle sue collezioni. Tuttavia, questa stasi viene brutalmente interrotta da un evento fortuito ma fatidico. Mentre si trova in strada, una portinaia lo addita pubblicamente gridandogli contro un insulto infamante: «Satiro!».

Questa singola parola, scagliata senza un reale movente, agisce come un incantesimo maligno o una “parola maledetta”. Da quel momento, Saguen smette di essere padrone della propria identità: la parola inizia a scavarne la psiche, trasformando la sua percezione del mondo e di se stesso. Egli comincia a vedersi attraverso gli occhi di quell’insulto, scivolando in una spirale di paranoia e degradazione morale.

Il “potere delle parole” non è qui un esercizio poetico solare, ma una forza deterministica e distruttiva. Saguen, ossessionato dall’idea di essere diventato ciò che gli è stato gridato, inizia a manifestare pulsioni oscure. Il suo rapporto con le donne, in particolare con l’amante Susana e successivamente nei suoi pensieri verso figure più giovani, si tinge di una violenza psicologica e di un’angoscia esistenziale che lo conducono verso una irreversibile follia. L’opera culmina nel tragico riconoscimento che la parola ha il potere non solo di creare mondi, ma di annientare l’uomo, sovrapponendo una maschera mostruosa alla sua vera natura.

Abbiamo rivolto tre domande allo scrittore e critico argentino Agustín Conde de Boeck su Satiro o Il potere delle parole e sul suo autore.

Huidobro è il padre del Creazionismo. In Satiro o il potere delle parole quanto c’è di quella volontà di “creare mondi nuovi” e quanto invece di una presa di coscienza sulla pericolosità distruttiva del linguaggio?

Direi che qui Huidobro è già lontano dal programma dottrinario del creazionismo, lontano da quell’idea centrale del poeta come un piccolo dio. In Satiro si orienta piuttosto verso un certo flirt con il surrealismo, così come in precedenza aveva abbozzato un esercizio di futurismo in un’altro suo romanzo, La próxima. Finisce così per accadere che Satiro o Il potere delle parole, che potrebbe quasi leggersi come una parodia pessimista del creazionismo, rappresenti forse il punto più alto della sua estetica e, allo stesso tempo, il suo rovescio oscuro: l’artista non più come qualcuno capace di creare la vita con le parole, ma come colui che fissa il vivente e lo trasforma in cadavere. Questo esperimento mortuario, una sorta di discesa verso l’anomalo, si spiega forse con il fatto che, proprio in quel momento Huidobro si trova improvvisamente intrappolato in scandali sentimentali, depresso di fronte all’invecchiamento precoce di un movimento artistico che aveva creduto immortale, prometeico, atterrito dall’ascesa delle destre e consegnato a una scrittura pamphlettistica quasi ossessiva. Ma è la fantasia sublimatoria che dispiega ciò che realmente interessa: il protagonista del romanzo viene accusato falsamente, ingiustamente, di essere un erotomane, un traviato, un molestatore di bambine, e gli gridano «sátiro», parola che gli rimane inchiodata in testa e finisce col diventare un’ossessione. Il peso di quella parola sinistra comincia a destabilizzarlo e a deformarlo fino a farlo diventare davvero un satiro, come se un Mr. Hyde, un Doppelgänger infame, potesse emergere da qualcuno solo per il potere del linguaggio, per la pura suggestione delle parole.

Satiro si distacca dalla produzione puramente poetica dell’autore. Come si colloca questo romanzo nel panorama delle avanguardie degli anni ’30? È un esperimento riuscito di prosa creazionista?

Sicuramente Bernardo Saguen non è soltanto uno dei grandi personaggi della letteratura delle avanguardie, come Stephen Dedalus, Nadja, Orlando, Laurentius Tenderenda, Eliogabalo (quello di Artaud e quello di Arbasino), Franz Biberkopf o Adán Buenosayres, ecc., ma rappresenta anche uno dei vertici della rarità a cui può giungere la sperimentazione letteraria dell’epoca: una brillante mescolanza di satira politica, gioco metalinguistico e fantasia grottesca, sempre più allucinatoria. Ed è proprio in questo senso che Satiro viene spesso ingiustamente considerato un romanzo destinato esclusivamente agli “huidobriani”, agli iniziati negli arcani del creazionismo. Ciò è in parte vero; ma è altrettanto vero che il libro può costituire una perfetta porta d’ingresso in quell’universo. Proprio in quanto romanzo crepuscolare, controfaccia disillusa del fervore giovanile del creazionismo degli anni Venti, questo romanzo permette di assistere al momento in cui l’esperimento con la forma poetica evolve verso una cosa più profonda: un esperimento con la mente.

In un’epoca come la nostra, dominata da una sovrabbondanza di parole e narrazioni virtuali, cosa ha ancora da dire Satiro al lettore contemporaneo?

Forse è proprio nel movimento opposto a quella bibliodiversità e a quella proliferazione virtuale che si trova il senso della riesumazione di opere di questo tipo. È chiaro che un’opera del passato non deve pagare alcun diritto d’ingresso per legittimarsi nel presente né dimostrare credenziali di attualità. Penso che si possa rivendicare il diritto a custodire oggetti anacronistici… e persino a diventare noi stessi anacronistici. Forse, in quest’epoca di accelerazione verso l’abisso, il diritto retroguardista è l’unico che possiamo ancora rivendicare. In effetti, quando torniamo a quegli oggetti complessi della grande letteratura, scopriamo che non siamo poi così attuali e che gran parte del nostro muscolo psichico continua a funzionare al calore degli archetipi più arcaici. E tuttavia proprio quell’archetipo diventa improvvisamente contemporaneo e viene a ricordarci come i segni e i loro simulacri possiedano anche un potere oscuro, capace di generare realtà e di mettere in moto grandi meccanismi di manipolazione di massa. La suggestione di una parola capace di spezzare una mente è, in Satiro, la denuncia di come la sovrapposizione di narrazioni e miraggi possa finire per alterare la percezione della realtà e condurre a derive distruttive.

 

Post correlati

Attualità

Afrodiscendenza

America Latina