Sulla Luna, Vicente Huidobro

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sulla luna
Sommario

Conosciuto principalmente per la sua singolare quanto innovativa opera poetica, e anche per l’influenza che la sua produzione ha avuto sui movimenti avanguardisti e su buona parte della letteratura del Novecento, Vicente Huidobro (Santiago del Chile 1893, Cartagena 1948) è stato un autore altrettanto originale nell’ambito del teatro.

 

Rimasto più in ombra come drammaturgo, forse proprio a causa della maggiore attenzione prestata dalla critica alla sua poesia, oggi viene rivalutato su questo versante e scoperto anche in Italia grazie alla traduzione di Loris Tassi dell’opera guignolesca En la Luna, rientrando a pieno titolo nella collana Gli eccentrici di Edizioni Arcoiris.

 

In effetti, Sulla Luna è una pièce del tutto inusuale e stupefacente, i suoi personaggi, fra cui figurano delle marionette, sono grotteschi e caricaturali e l’intreccio è in apparenza semplice e piano benché la resa e la lettura finale risultino decisamente complesse e dense dal punto di vista contenutistico.

 

È “[…] il delirio delirante di un’immaginazione immaginativa”, afferma dapprincipio uno dei personaggi che, inoltre, sembra condensare in questa frase la poetica di Huidobro e del movimento estetico cui l’autore diede vita a Parigi fra il primo e il secondo decennio del XX secolo, ossia il Creacionismo, che prevedeva una creazione, nello specifico legata alla poesia, totalmente fantasiosa, basata su immagini completamente inventate e scevra di elementi veridici e legati alla realtà.

 

Così recita Mastro López, oltre alla battuta poc’anzi accennata, annunciando anche il primo livello di metateatro di Sulla Luna: “Adesso vi porto un’opera di teatro vera, vale a dire nata dalla mia pura fantasia. Vedrete qualcosa che non è mai accaduto e che mai accadrà da nessuna parte.

 

E chi invece dice che è accaduta e che potrebbe accadere sul nostro pianeta mente, calunnia me e calunnia la nostra Luna. Pertanto, quando starete vedendo ciò che vedrete, non dovrete dimenticare neanche per un istante che non starete vedendo ciò che vedrete”.

 

Se da una parte leggiamo in queste parole l’affermazione dei principi del Creacionismo, ci sembra anche di scorgere la loro ardita ma non impossibile coniugazione con la realtà cilena del tempo, in un parallelismo fra i fatti palesemente inventati e vissuti dagli stereotipati personaggi dell’opera e gli eventi che caratterizzavano in Cile la vita sociopolitica di quegli anni.

 

La luna, infatti, così come compare in tante opere letterarie o cinematografiche – si pensi ad esempio a quella di Luciano di Samosata, ne La storia vera, o alla luna di Jules Verne e a quella di George Méliès – appare qui come un possibile rovescio della realtà terrestre, per cui se ciò a cui i personaggi assistono non è quel che in realtà vedono, è probabilmente quanto avrebbe visto un ipotetico abitante della terra. Rovesciamento che pare trovare conferma nel secondo livello metateatrale del libro, ossia nella rappresentazione “Sulla Terra” a cui i personaggi assistono, e nelle parole di un gruppo di giovani, fra cui un operaio, che fanno evidentemente riferimento all’utopia socialista propugnata dallo stesso Huidobro.

 

E proprio mediante l’espediente del metateatro, e dei vari livelli metateatrali che si avvicendano nella narrazione – di reminiscenza shakespeariana, autore a cui ci sembra si alluda, oltre a una più chiara citazione di Alfred Jarry e della sua patafisica espressa nell’Ubu roi – risulta infine possibile un totale mescolamento di ciò che succede sulla luna e ciò che succede sulla terra, una commistione del dritto e del rovescio che ci permette di dare all’opera un significato più profondo e articolato di quanto non volesse esplicitare l’autore, ma che tutto sommato, ci sembra di intendere, voleva in qualche modo suggerire.

Antonella Di Nobile