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Lui può vedere il rovescio dell’anima di un uomo. Adesso me ne rendo conto, ha visto la mia necessità, la mia desolazione nella fredda cella del commissariato. Mi ha fatto capire che scrivere potesse allontanarmi dai corteggiamenti della morte, della tentazione, della chiamata del vuoto. Ha visto la disperazione nel mio silenzio. “La scrittura scrive la vita”, mi ha detto quando ero rinchiuso, “e il dolore è una prova della morte. Lei non ne ha bisogno”.

Nella yunga, nella foresta subtropicale del nordovest argentino, c’è un monastero. Nel bosco i monaci hanno trovato un uomo sfinito, ferito, disidratato. Lo soccorrono, lo portano in convento. La polizia lo sta cercando. Un sacerdote e un poliziotto si accordano. L’uomo vivrà tra i monaci fino a che si sarà ripreso; in cambio, lavorerà con loro. E il poliziotto fornirà all’uomo degli orologi, dei comuni orologi: lui glieli restituirà contraffatti, del tutto simili a orologi di pregio.

Così inizia il romanzo È tardi per ieri dello scrittore argentino Fabio Wasserman; così incontriamo Bruno, ammanettato a un letto, il poliziotto che gli prende le impronte digitali prima di liberargli la mano.  Poi Bruno nel monastero, al lavoro nell’orto; a restaurare scritture sciupate dall’umidità, corali e catechismi coloniali. A contraffare orologi.

E a scrivere a mano la sua vita: che è la materia del romanzo, che assieme è corale e individuale. Tutto è narrato alternando parti al presente, nel tempo fermo del monastero, e parti al passato, nella vita trascorsa di Bruno – un passato che va verso il presente, quindi verso il futuro – e ancora, paragrafi tramati di presente e di passato; in tutti, la vita di Bruno raccontata da lui stesso; anzi, scritta a mano.

Fuggito dal carcere di un pueblo del nordovest. Nato e cresciuto a Buenos Aires. Un ragazzo nel tempo della dittatura militare. Un riluttante vice-capo in fabbrica, vicino agli operai più che al padrone; un uomo adulto nella moltitudine, nella vita offesa, in fuga dalla capitale e dalle sue molte vite verso nord, verso il deserto e la frontiera: Bruno Dabah, scriba e falsario.

Borges si avvicinò goffamente, temetti che mi cadesse addosso e feci dei passi indietro. Appoggiò il bastone e mi parve che trascinasse un piede. Era vestito con un abito grigio, la cravatta era troppo stretta e gli alzava la punta del collo della camicia come se fosse un’ala.

 

“Buongiorno, come si chiama?” domandò.

“Sono Bruno Dabah, il direttore della Biblioteca Nazionale di Floresta”.

“Municipale, vorrà dire”.

“Adesso è Nazionale” dissi con fermezza.

“Che bella cosa che promuovano gente così giovane per incarichi tanto importanti” disse esagerando il tono della voce. “Si sieda sulla poltrona… Lei la vede, io oramai non posso”.

 

Bruno adolescente riesce a contattare Jorge Luis Borges, a farsi ricevere a casa sua, e registra su un’audiocassetta il suo dialogo con il celebre scrittore, ormai molto anziano. Registra su un Ranser a pile, per ricordare quell’intervista e pubblicarla sul giornalino che autoproduce – anzi, che scrive a mano – ma poi la ricorderà tutta a memoria.

Nel 1982, a Buenos Aires, Fabio Wasserman ha davvero contattato e intervistato Borges. Anche Fabio, come Bruno, era adolescente. E quell’evento è narrato in È tardi per ieri, anzi, è assai più che narrato: il dialogo tra Borges e Bruno ragazzo è esattamente il dialogo che si svolse tra Borges e il ragazzo Fabio.

Mentre scrivo queste righe, È tardi per ieri è uscito da circa un mese, nella traduzione italiana di Antonio Nazzaro, e con prefazione di Adrián Bravi, per le Edizioni Arcoiris di Salerno. Si tratta di uno di quei casi, non frequenti, in cui una traduzione appare prima dell’edizione in lingua originale: Es tarde para ayer uscirà entro l’anno, in Argentina e in Spagna, presso l’importante editore internazionale Pre-Textos.

“Se il tempo deforma il mondo”, scrive Adrián Bravi nella prefazione al romanzo, “la letteratura diventa il gesto ostinato con cui tentiamo di opporci a quella deformazione, pur sapendo di non poterla mai vincere del tutto”. Ancor prima che nella sua lingua, Bruno viene al mondo in traduzione.

Quando Bruno Dabah viene al mondo – il mondo strano della letteratura – è poco più che un bambino; suo padre è aiutante e dipendente del fratello, proprietario di una teleria; sua madre è malata. Vivono in un sobborgo remoto di Buenos Aires: Bruno ha un fratello maggiore, Luis, e un nonno di origine siriana che non ha mai conosciuto. Quando è poco più di un bambino, e ha già rubato un orologio (il primo di molti che ruberà), costruisce una libreria nel corridoio: alcuni libri li ha rubati a scuola, altri li ha lasciati il nonno. La mamma voleva donare i libri del nonno alla biblioteca di Floresta, ma alcuni sono in lingua spagnola e altri in lingua araba, e la biblioteca non accetta libri in arabo; allora, la mamma li riporta a casa tutti.

E Bruno fa una bancarella sulla strada – “la libreria del corridoio”, ha scritto su un cartone – e mette in vendita i libri (in questo romanzo, scrive Adrián Bravi, “i libri non sono semplici oggetti culturali, ma strumenti di trasformazione”). E tra quei libri c’è Le mille e una notte. E tra i vicini che guardano c’è una donna: il suo nome è Ana, e i libri li conosce bene.

Ana guardava ogni libro della pila, era interessata a tutti e lo trovò. Mi raccontò di Sinbad, poi citò I due re e i due labirinti e mi parlò di Borges, i sefarditi e le Mille e una Notte. Lo lasciò sotto la pila, questa volta non chiese nulla del libro e cambiò argomento, anche se sembrava lo stesso. «Quello che hai qui non è solo carta, è una mappa dell’universo, mappe degli angoli più luminosi e oscuri del mondo. Le parole sono pericolose. Conosci la storia dell’uomo senz’anima, l’uomo di fango?».

È in questo istante che Bruno incontra Borges e il golem, i labirinti, le mappe dell’universo: la sua vita sarà segnata dalla violenza e dall’amore, dalla sparizione di amici e vicini, dalla dittatura, dal richiamo del vuoto e dagli addii; ma i libri e gli orologi, labirinti del tempo e della memoria, quelli non lo abbandoneranno mai.

Adrián Bravi scrive: “L’incontro tra Bruno e lo scrittore cieco assume il valore di una rivelazione. Borges gli suggerisce che il passato non è qualcosa di fisso e immutabile, ma una sostanza plastica che si trasforma ogni volta che viene rievocata. Non ricordiamo mai un evento originario: ricordiamo l’ultima versione che ne abbiamo conservato. E così il tempo, invece di accumulare certezze, produce inevitabilmente deformazioni, perché i ricordi, in fondo, sono un’invenzione”.

E Borges attraverserà È tardi per ieri come un vero personaggio di romanzo: e con Borges il golem, la biblioteca di Babele, i labirinti, Funes el memorioso.  Forte è però la presenza di un altro autore argentino, coevo a Borges e da lui del tutto dissimile, e nel contrasto tra i due scrittori è a mio avviso un punto cruciale del narrato di È tardi. Si tratta di Haroldo Conti, uno tra i primi desaparecidos per mano della dittatura militare: narratore e maestro rurale, pescatore e camionista, sceneggiatore e direttore teatrale, autore dello straordinario romanzo Mascaró. Ed è proprio Mascaró (tanto il romanzo quanto una specifica copia, un preciso esemplare autografato; e tanto la sua materialità cartacea quanto i suoi molti sottotesti: dittature, esilio, resistenza, fantasia rivoluzionaria) che appare in È tardi come presenza profonda. Poiché il suo autore non può essere un personaggio del romanzo: è scomparso, è desaparecido. La dittatura genera devastazione e morte. E genera fantasmi.

Rocío Marian Ciraldo, che pubblica su Substack il bellissimo blog Clavel del aire (claveldelaire.it), ha dedicato un numero recente della sua newsletter Sudestada, spin-off di claveldelaire.it, a memoria e narrazione della dittatura. Introducendo Mariana Eva Pérez e un brano del suo saggio Fantasmas en escena (Mariana Eva Pérez, Fantasmas en escena. Teatro y desaparición, Buenos Aires, Paidós, 2022), Ciraldo rammenta con queste parole il terrore di stato nell’Argentina oppressa dalla dittatura: “Una delle parole più terribili e perturbanti che la Storia del ‘900 ci abbia mai lasciato è “desaparecido”. Giustamente non viene più tradotta, perché perderebbe la sua carica devastante, il suo senso politico. E anche la precisione dell’operazione che descrive: il ritiro di un corpo dal circuito del visibile, da ciò che si può nominare perché esiste”.

E così scrive Pérez in Fantasmas en escena: “I corpi scomparsi, lanciati in mare dagli aerei, l’incertezza continua di coloro che avevano perso i propri cari e non sapevano più dove fossero, tutto questo produceva spettri. La distanza tra uccidere e far sparire è la distanza tra il lutto possibile e il lutto impossibile”.

Tornai a casa agitato. Aprii la valigia di mio nonno, e strinsi il libro al petto, lessi il nome dell’autore a voce alta: Haroldo Conti. Dentro c’era una dedica rivolta a lei. Lessi la prima riga e non potei continuare, non sono mai riuscito a leggerla. Ana non apparve più. Mio padre mi proibì di sistemare la libreria in strada. Controllò ogni libro, cercava qualche annotazione, ma non vide mai il libro proibito nella valigia di mio nonno.

Così Bruno ragazzo apprende cos’è la dittatura. Libri proibiti, divieti. Spari, sparizioni. Cariche della polizia. Spettri.

Se Haroldo Conti è desaparecido, se è uno spettro, non può essere un personaggio di romanzo come lo sono invece Borges, zio Roberto, gli operai della teleria; come Luis e i suoi compagni nelle case occupate, nella loro strenua resistenza; come la misteriosa Celeste, la sorellastra che appare all’improvviso quando Bruno è un ragazzo, Celeste con i suoi capelli castano chiaro e i suoi kanji nipponici, che sconvolge le vite e riempie il romanzo (Qui non c’è altra luce – così scrive Bruno, molti anni dopo, nel tempo sospeso del monastero – se non la debole fiamma obliqua dello stoppino, che allunga l’ombra della mia mano sul foglio. E adesso, senza seguire un ordine preciso, scrivo il suo nome: Celeste.). Desaparecido è Haroldo Conti e desaparecida è Ana, la donna che regalò al piccolo Bruno Mascaró. Ma la presenza di Ana e di Haroldo è centrale nel romanzo, ed è fonte di coraggio esistenziale: poiché la letteratura è assenza, assenza trasmutata in energia.

Mi sedevo al suo fianco e leggevo Mascaró, il libro proibito che mi aveva regalato Ana. Le infermiere non dicevano nulla. Si avvicinavano per toccarmi il braccio e ricordarmi che dovevo andarmene. Passai molti giorni a rompere il silenzio, la quiete del silenzio. Tra noi due esisteva solo la mia voce. Finivo di leggere e tornavo ad iniziare. Alcuni capitoli li avevo imparati a memoria e glieli lessi guardandolo negli occhi.

fabio wasserman

Narratore, poeta, compositore e bandoneonista, Fabio Wasserman ha fondato nel 2008 la casa editrice Del Subsuelo, e ha guidato la Società degli Scrittori di Buenos Aires dal 2018 al 2022. Ha fatto parte del Servicio Paz y Justicia (SERPAJ), organismo per i diritti umani guidato dal premio Nobel per la pace Adolfo P. Esquivel. Antonio Nazzaro, che firma l’importante e pregevole lavoro di traduzione di È tardi per ieri, ha tradotto anche i due libri di Wasserman già editi in italiano: una raccolta di racconti brevi, La sponda solitaria del fiume (Operaincerta, Ragusa 2023) e la silloge poetica Finisce nella mia fede, nel 2026, per l’editrice alessandrina puntoacapo.

In È tardi per ieri Wasserman racconta di furti e d’amore, di libri e di contraffazioni, di nascondimenti, di fughe e sparatorie; della quiete del monastero, del nordovest depredato dal colonialismo e dal capitale: tutto quanto è materia di romanzo, dunque vita di un uomo e assieme di un mondo intero: “Sullo sfondo del romanzo” scrive Bravi “si staglia infatti la dittatura militare argentina, una presenza che non si manifesta attraverso grandi affreschi politici, bensì attraverso le ferite lasciate nelle vite individuali […] in queste pagine emerge la capacità di tenere insieme il dramma privato e la tragedia storica senza subordinare l’uno all’altra”.

Per la prima volta mi sento al sicuro. Il monastero non può essere un luogo felice, ma sembra che l’infelicità non riesca ad entrarvi.

Come leggiamo i romanzi? Ci immergiamo nell’intreccio, nella trama, o ci fissiamo su stile e scrittura; accostiamo quel testo ad altri testi per confrontarlo o per situarlo; collochiamo il romanzo in una corrente, un modo, un sottogenere; oppure cerchiamo il soggetto, il messaggio, il contenuto. (Oppure godiamo o soffriamo, o così ci pare, e basta). E i modi in cui parliamo di un romanzo, in fondo, non mi sembrano poi molto diversi: fissiamo paralleli e meridiani, ascisse e ordinate, troviamo un posto al libro in quelle griglie, alleniamo il giudizio o la critica.

Oppure entriamo in una radura, in un silenzio luminoso, e il testo svela apparizioni ed epifanie.

A me è accaduto di leggere in quest’ultimo modo, con tutti i cinque sensi assieme: ora era una boccetta di minio disseccato, ora la trama di una stoffa; piccoli segni vergati a mano, a inchiostro, su carta o sul quadrante di un orologio; ora un prato secco e un fuoco, ora le tracce di un’assenza.

E ora, e quindi, solo in questo modo mi è riuscito di raccontarlo. Perché questo è un romanzo pieno di materiali, di sostanze, di gesti, e lo leggi con tutti i cinque sensi, per cui non ti stanchi mai: la candela, la fiamma si muove come se stesse cancellando l’ombra della mia mano ma è lì, l’ombra viene con me.

Leggete È tardi per ieri, lo leggerete con tutti i cinque sensi; anzi, come ha detto lo scrittore Salvatore Toscano, che pochi giorni fa ha presentato il romanzo assieme a Wasserman e a Nazzaro, presso la libreria Wojtek di Pomigliano d’Arco, “inevitabilmente ci si innamora del protagonista, Bruno. (…) Leggete questo libro perché è bellissimo”. È un libro di più di duecento pagine, con dentro anche conti che non tornano con la vita, con dentro tempi duri: ma è letteratura vera e dunque lo si legge con una strana facilità, e felicità: poiché la letteratura è un contenitore della grazia, è conti che non tornano eppure tornano.

Poiché, come ha scritto Anne Carson, la grazia è una moneta con più di due facce, nella quale noi crediamo.

 Silvia Tebaldi

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