Pubblicata in Italia da Marsilio Editori (nella traduzione di Fabio Cremonesi), la raccolta di dodici racconti Le cose che abbiamo perso nel fuoco di Mariana Enriquez si è imposta nell’accoglienza della critica internazionale e nazionale come un’opera imprescindibile del contemporaneo “gotico latinoamericano”.
La prosa di Enriquez, salutata dalla stampa culturale internazionale per la sua rara capacità di fondere il genere horror e la cronaca sociale, rifiuta la mostruosità fantastica astratta per radicare la tensione perturbante direttamente nella realtà quotidiana e nelle ferite politiche dell’Argentina contemporanea. La città di Buenos Aires si trasforma in un palcoscenico cupo e disincantato, dove la violenza sistematica della dittatura militare e le sue macerie culturali — le sparizioni, i traumi non elaborati, le disuguaglianze estreme e la marginalità dei ghetti — riaffiorano sotto forma di apparizioni spettrali, feticci oscuri e culti popolari.
Attraverso uno stile asciutto, lucido e privo di compiaciuti sentimentalismi, l’autrice esplora le fragilità dell’infanzia, l’isolamento giovanile, la dipendenza e la brutalità delle relazioni umane, trovando il proprio vertice espressivo nel racconto che dà il titolo all’opera. In questa storia conclusiva, per rispondere all’epidemia di femminicidi e aggressioni con l’acido, gruppi di donne scelgono un radicale e scioccante atto di protesta autodistruttiva dando fuoco ai propri corpi, sovvertendo il concetto stesso di bellezza patriarcale e trasformando l’orrore subito in un grottesco strumento di forza e rivendicazione. Il vero elemento di forza dell’opera, come evidenziato dall’esegesi critica più accorta, risiede proprio nell’uso del soprannaturale come dispositivo di realismo avanzato: le presenze macabre che infestano queste pagine non servono a far evadere il lettore dalla realtà, bensì a costringerlo a guardare senza filtri le deformazioni morali della società contemporanea.
Ivana Casella













