Le cattive, Camila Sosa Villada

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Sommario

Con un’assoluta potenza, al contempo con una straordinaria delicatezza e un’innata eleganza, nell’ottobre 2021, irrompe nella scena letteraria italiana Le cattive, il romanzo d’esordio dell’autrice cordovese Camila Sosa Villada, pubblicato dalla casa editrice SUR, nella traduzione di Giulia Zavagna.

Al centro del romanzo vi sono le storie di un gruppo di ragazze che, durante la notte, si aggirano lungo i sentieri bui del Parco Sarmiento – Lemebel le avrebbe chiamate “locas” –, transessuali dalla disarmante fierezza, che sfidano l’oscurità a cui il mondo le condanna; la spezzano con il luccichio delle paillettes, con la malinconica luce nei loro occhi e la forza di chi è stato costretto molte volte, dalla vita, a partorirsi da sé, come scriveva Márquez in L’amore ai tempi del colera. Siamo di fronte a una storia di sorellanza, di speranza, anche di crudeltà.

È una storia di sorellanza, quando racconta il legame che unisce le donne a cui l’autrice dà voce lungo tutta la narrazione. Tra queste c’è Camila – un tempo Cristian – una giovane arrivata da un piccolo paese, nei dintorni della grande città di Córdoba. Una sera, mentre calpestava in totale solitudine l’asfalto di quel parco avvolto nella notte, incontra Laura; dopo averle rivelato di essere una transessuale, quella donna sconosciuta l’abbraccia e la porta con sé dalle sue compagne. Camila non ha ancora vent’anni, quando si aprono per lei le porte della casa della Zia Encarna. Tra quelle pareti, sotto lo sguardo della Vergine che – a differenza della Vergine di spalle che si incontra in Mapocho di Nona Fernández – osserva le sue figlie con uno sguardo misericordioso e commosso, ci sono donne come lei, nella sua stessa condizione.

Le cattive è una storia di speranza, quando in una notte qualunque, nel solito parco, nella solita oscurità, dove si aggirano i soliti clienti, il silenzio viene spezzato dal suono di un pianto. Con le loro unghie, Encarna e le sue compagne si fanno spazio tra i rovi: c’è un neonato. Non ci pensano due volte a prenderlo in braccio e portarlo in quello che per loro era il posto più sicuro del mondo, tra le mura di quella casa. Quel bambino, “Lo Splendore degli Occhi”, diventa la ragione di vita di quelle donne; insieme lo crescono amorevolmente: è una nuova Natività, ma questa volta siamo in una “grotta” tra le strade della città argentina, dove un infante riposa tra le braccia di quelle sorelle pronte a donargli tutto l’amore che loro, quando erano bambini, quando si resero conto della loro “diversità”, quando ne avevano più bisogno, non hanno ricevuto.

È anche la storia di quella crudeltà che non lascia via d’uscita; c’è un momento in cui il disincanto irrompe irrimediabilmente nella loro vita: mentre fuggono dalla polizia e si nascondono in mezzo all’erba, notano qualcosa di strano. Una donna, una transessuale come loro, era morta, chiusa in un sacco. «Perché non ti sei difesa?» pronuncia Encarna, tra quelle urla che spezzano il silenzio e coprono persino le incessanti sirene della polizia. Da quel momento, quella casa che tanto amavano inizia a trasformarsi in una prigione, le cui porte saranno presto imbrattate dall’inchiostro misto al veleno della gente.

Nella storia di queste donne, vi è però un punto fermo: la casa della Zia Encarna. Tra quelle pareti, Villada riesce a creare un vero e proprio spazio narrativo, e la casa diventa quasi un personaggio. Nella letteratura ispanoamericana succede spesso: si potrebbero fare innumerevoli esempi, non solo tra i padri di questa letteratura, ma anche tra i contemporanei; pensiamo al circo di Andrés Montero in Tony Nessuno: l’autore cileno definisce il circo un orfanotrofio, dove trovano accoglienza persone che non hanno o fuggono da un passato complicato, che li ha condotti verso una storia di dolore e solitudine. La casa, in Le cattive, segue un percorso analogo, diventa una dimensione parallela, in cui – stilisticamente – confluiscono elementi di Realismo Magico e in cui – da un punto di vista narrativo – queste donne possono esprimersi, protette da quell’involucro di cemento, lontano da qualsiasi giudizio o cattiveria; tra queste vi è un personaggio in particolare su cui vorrei soffermarmi, quello di Maria la muta. Nel corso della narrazione, dal suo corpo iniziano a spuntare delle piume: inizia per lei la metamorfosi che la porterà ad assumere le sembianze di un uccellino. Questa sua metamorfosi si potrebbe leggere come una metafora di quella transizione che porta una persona a veder riflessa all’esterno quella sua identità prigioniera, fino a quel momento, in un corpo che non ha mai sentito suo.

Nello straziante finale, quell’uccellino si libera dalla sua gabbia e vola via, da una casa in fiamme. Le cattive sembra chiudersi con la crudeltà, ma con quell’immagine ecco che ritrova spazio la speranza; parallelamente, la scena rappresenta un atto di fede che Camila Sosa Villada compie nella fiducia che il mondo possa essere più accogliente nei confronti di determinate realtà, poiché in Argentina (e non solo) tutt’oggi la speranza di vita media di una persona transessuale è di trentacinque anni. Nel 1986, Lemebel, già menzionato pocanzi, di fronte alla sinistra militante cilena, con indosso il trucco e tacchi alti, con la falce e il martello disegnati sul suo volto, pronunciò il suo Hablo por mi diferencia, e concluse con queste parole:

«Ci sono tanti bambini che nasceranno
Con un’ala spezzata
E io voglio che volino, compagno
Che la vostra rivoluzione
Gli dia un pezzo di cielo rosso
Perché possano volare».
(trad. Beatrice Borgato)

Villada, nel 2021, rinnova questo desiderio, non solo per le persone che si sono trovate in queste spiacevoli circostanze, ma affinché quei bambini che nasceranno domani non debbano più affrontarle e possano  vivere con serenità. Per questo motivo Le cattive è un libro da accogliere in primis per ascoltare determinate realtà e, in secondo luogo, per compiere un passo verso una società più inclusiva, purtroppo, ancora lontana, ma non irraggiungibile.

Claudia Putzu