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Neanche da morto il nome perdesti, Luis Gusmán

Sommario

Dopo aver letto quella lettera, concluse che il rituale

si consumava come la fiamma della candela e,

rivolgendosi alla foto dei suoi genitori, disse:

«E quando io non ci sarò chi si occuperà di accenderle?».

 

Luis GusmanIn una notte di una Buenos Aires di fine anni Novanta, l’ombra di Varelita si trascina su strade cosparse di coincidenze e aneddoti fino alla prossima cabina telefonica. Il cielo è nero e il rombo dei tuoni preannuncia un violento temporale. È in questa cornice che il destino assume la forma di un foglietto stropicciato, dove è riportato il numero di una certa Ana Botero. A partire da questa immagine, iniziano a tessersi le trame di una storia sospesa tra luci e ombre, raccolta nel sessantesimo volume della collana Gli Eccentrici, curata dalla casa editrice salernitana Edizioni Arcoiris, che segna un passo in avanti nella riscoperta di una delle voci più importanti del panorama letterario ispano-americano contemporaneo, Luis Gusmán.

La pubblicazione, nel 1973, del romanzo El Frasquito, la cui diffusione sarà poi proibita nel 1977, lo pone in una costellazione di autori che hanno segnato una rottura con il canone consolidatosi fino ad allora e a cui facevano capo i “grandi scrittori”. Nonostante la censura e le critiche per la brevità dei suoi testi, ha proseguito con la sua produzione pubblicando circa dieci libri, distinti da una penna raffinata e puntuale, vivida e che non indietreggia di fronte alla complessità dei personaggi che si accinge a narrare, in cui si configura la stratificazione delle sue opere.

Non viene meno a questa affermazione il romanzo Neanche da morto il nome perdesti – il titolo riprende una frase pronunciata dall’Agamennone del ventiquattresimo libro dell’Odissea, rivolta ad Achille – nella traduzione e cura di Loris Tassi, con il quale si riuniscono in una morsa soffocante le vite di due protagonisti – e dei personaggi che a essi fanno da contorno – ignari di essere sul punto di ricevere una chiamata da un passato risalente a una notte infinita del 1977, ricordato come uno degli anni più cruenti della dittatura di Videla, il cui feroce regime del terrore fu contrastato da un’altrettanto determinata resistenza condotta da dissidenti estratti tra le file degli intellettuali e della gente comune.

In quella notte si intrecciarono i destini di quattro militanti: Ana e Íñigo, Carlos e Marta. Secondo le voci, Íñigo rimase ucciso in uno scontro armato. Carlos e Marta, con ormai la polizia alle costole, affidarono ad Ana la cosa più preziosa che gli era rimasta, il loro bambino Federico, per portarlo in salvo a casa dei nonni paterni che lo hanno cresciuto come un fiore privato delle sue radici, nutrito da un’acqua irrimediabilmente contaminata dal tormento e dal risentimento verso la politica che gli aveva portato via i loro figli. Ana, invece, ha abbandonato il suo nome da battaglia, diventando Laura e soffocando quei fantasmi, per vivere una vita il più possibile serena.

«I sonnambuli di Luis Gusmán camminano dentro il sogno o l’incubo. E se si svegliano lo fanno per correre o per vagare di nuovo nel sogno o nell’incubo. Ripetono questa forma meccanica e kafkiana – non c’è scrittore argentino più kafkiano di Gusmán, è questione di etica» dice Edgardo Scott. Sonnambuli è un termine corretto per identificare Federico e Ana, che la penna di Gusmán arriva a fotografare vent’anni dopo, ognuno assuefatto dalla quotidianità, entrambi risucchiati nel turbine dell’ignoranza dei fatti e di un oblio indotto; la loro realtà, però, soggetta al ticchettio di una bomba a orologeria sul punto di esplodere. Per il primo è la morte dei suoi nonni, alla dipartita dei quali, tutto ciò che gli resta è scoprire la verità sul tragico epilogo della vita dei suoi genitori; per la seconda una telefonata in cui la voce dall’altra parte pronuncia una sola frase: «Signora, ho saputo che suo marito è vivo».

Il dolore quanto la necessità di trovare risposte diventano il collante di una narrazione frammentata che assume una prospettiva multifocale, riunendo nella stessa morsa anche le storie dei personaggi secondari, fondamentali poiché sono l’innesco di tale ricerca. Un nonno burbero e risoluto che ha trasformato i silenzi in una fortezza, per non permettere ai fantasmi della memoria di assediare la mente di suo nipote: di quel bambino, consegnerà alla morte la luce della sua gratitudine. È alla luce di una candela e in barba alla morte stessa che una nonna affida il compito di proteggere quella memoria, per chi le è stato sottratto, per quello stesso nipote che ha cresciuto tra i colori dei suoi vestiti a fiori e al quale lancia un profetico monito: Ana tornerà.

Si ritrovano così, per un disegno del Fato, quella donna che ha perduto di nuovo il suo nome e quel bambino ormai diventato uomo, insieme in un viaggio a ritroso, per trovare le loro risposte, verso la città di Tala, tra le cave di granito che anni prima hanno ingoiato le storie di migliaia di persone scomparse nelle polverose profondità, ora custodi di un pianto muto che attira coloro che sono sulle loro tracce.

La profondità del messaggio racchiuso in Neanche da morto il nome perdesti contrasta apparentemente con la penna incalzante che accompagna chi legge lungo tutto il romanzo, assorbito da una scrittura capace di tagliare il fiato. Apparentemente, poiché è in questa narrazione relegata in un presente affannato, saturo di domande irrisolte, che Gusmán si trasforma in un autore testimone che affida all’esperienza personale dei personaggi il compito di narrare una realtà collettiva, comune a tutti coloro a cui la dittatura ha lasciato in eredità un passato di violenza e persone scomparse, delle quali non si è saputo più nulla e a cui non si è potuta dare neanche una degna sepoltura.

All’arrivo nella cava di granito della città di Tala, Federico incide sulla pietra i nomi dei genitori e di Íñigo: una scena estremamente significativa che offre una seconda lettura del romanzo: nel buio di questa irrisolvibile incertezza, sulla scia di uno dei protagonisti che abitano il libro, si potrebbe dire che Neanche da morto il nome perdesti sia stato scritto per lasciare una candela accesa, per far sapere a queste persone che non sono state dimenticate, che le aspettiamo ancora.

Claudia Putzu

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