Poeta cieco, Mario Bellatin

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poeta
Sommario

Y Dios lo hizo morir durante cien años y luego lo animó y le dijo:
-¿Cuánto tiempo has estado aquí?

-Un día o parte de un día –

Con questi versetti del Corano, Jorge Luis Borges sceglie di aprire il suo racconto “El milagro secreto” contenuto nella raccolta Ficciones, uno di quei libri in grado di scandagliare qualsiasi schema, di segnare un prima e un dopo; effettivamente, questo è stata l’opera dello scrittore argentino, un terremoto nella scena letteraria dell’epoca, oltre che la porta di una dimensione in cui si assisteva alla sovversione delle coordinate spazio-temporali così come si era – si è – abituati a percepirle e a rappresentarle in letteratura, evidenziandone la relatività, concetto particolarmente calzante di fronte a un romanzo come Poeta cieco, scritto dal messicano Mario Bellatin e pubblicato per la prima volta nel 1998, dopo una gestazione di cinque anni, per poi (finalmente) arrivare in Italia nel 2022, nella traduzione di Raul Schenardi per la collana editoriale Gli eccentrici curata dalle Edizioni Arcoiris, che ha scelto come copertina i colori che Borges dichiarò fossero gli unici che riuscisse a vedere una volta che la sua cecità ebbe la meglio sui suoi occhi.
Perché è particolarmente calzante? Quando venne intervistato da Rosalba Campra, Borges, alla domanda in cui gli venne chiesto di indicare quali fossero i criteri per definire un libro come valevole, rispose indicando l’unico vero giudice in grado di decretarne la qualità: il tempo. L’autore argentino si riferiva al fatto che un testo venisse riletto (e apprezzato) anche a distanza di anni; io aggiungo, la capacità di quel testo di essere temporalmente universale: di altri tempi, per altri tempi, ma estremamente attuale: Poeta cieco porta dentro di sé quell’atemporalità.
Tra i temi che emergono nella lettura del romanzo, quello che spicca è il tema della manipolazione del pensiero, tanto da rendere qualsiasi definizione labile, irrilevante: particolarmente pertinenti sono le parole di Federica Arnoldi quando scrive che “il lettore si ritrova a lasciare indietro il libero arbitrio, per sottomettersi al regime della finzione”. Qualcosa di analogo succede ai personaggi: essi vengono scaraventati in un labirinto sorretto dalle parole profetiche di un pensatore carismatico che, nella storia della letteratura, andrebbe a sommarsi alla schiera di quei “poeti in contumacia”. Non si sa chi sia il Poeta Cieco, quali siano le sue origini, da dove sia venuto, né come sia arrivato fino a quel punto, o chi fossero i suoi veri genitori. Non si sa cosa abbia scaturito quella rigorosa disciplina sessuale alla base della sua setta. Effimero e immortale.
Effimero, poiché uscirà di scena molto presto. Immortale, in quanto da quella scena non uscirà mai, insinuandosi come un tarlo nelle menti dei protagonisti, individui con alle spalle storie complicate, schiavi di periodi di crisi, impegnati nel decifrare testi accademici e prigionieri di ossessioni banali, come la necessità di rasarsi i peli del corpo. In ogni caso, l’unica cosa particolarmente evidente che emerge dalla lettura del romanzo è la loro incapacità di muoversi nel mondo, in maniera indipendente, senza un mentore che li guidi. Il Poeta, infatti, in uno dei suoi testi scrive: “Gli abitanti accettano volentieri la reclusione. […] Alcuni cittadini chiedono addirittura di essere confinati”, di associarsi.
Una conseguenza di ciò è la “limitazione dell’identità”, che si traduce nell’imprigionare ogni personaggio in un epiteto: il Pedagogo Boris, la Straniera Anna, la Professoressa Virginia, ribattezzata in tal modo dallo stesso Poeta Cieco quando la incrociò per la prima volta tra i corridoi dell’università.
In tutto questo, ecco che il protagonista silenzioso, che guarda dall’esterno la sua stessa opera, dà a questi discepoli ciò che vogliono: l’illusione di avere il controllo sulla loro vita e sul loro ruolo nella realtà e, soprattutto, su quei testi alla base di qualsiasi loro ossessione intellettuale, di essere gli unici in grado di comprenderne il significato. Effettivamente non è possibile stabilire con certezza il fatto che siano arrivati a comprenderli totalmente; le cose potrebbero essere andate in maniera diversa: li hanno letti, analizzati, fino a dargli un significato proprio, plurale e mutevole, esattamente come succede al lettore che sceglie di avventurarsi tra queste pagine; egli si cullerà come un Pierre Menard – a differenza del personaggio borgesiano senza la pretesa di riprodurla – nell’illusione di cogliere l’essenza di quanto scritto; leggerà le stesse parole di cento altri lettori, parole sfuggenti, che assumeranno talmente tanti significati, fino a diventare quasi insignificanti, fino a disperdersi, per finire nel “Quadernetto delle cose difficili da spiegare”. In questo senso, si viene quasi a creare una continuità, tra il lettore e i personaggi che si muovono all’interno di queste pagine: il primo è forse alla ricerca di individuare tra le parole contenute nel romanzo quella natura salvifica che da sempre ha attribuito alla letteratura, i secondi sono alla ricerca di un significato; se ci si ferma a pensare, sono queste due le coordinate che si tende a prendere in considerazione quando ci si accinge a leggere e infine a raccontare un libro. Ci sono alcuni romanzi in cui esse sono facilmente individuabili, altri in cui, come in questo caso, ogni tentativo di scorgerle è destinato a concludersi in un nulla di fatto, in quanto Poeta cieco è un testo che riesce a evadere da entrambe, dunque da qualsiasi tentativo di catalogarlo in qualunque schema: che non sia questo che dona a certi libri la capacità di essere atemporali, eterni?

Claudia Putzu