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Sommario

La cosa buffa è che al primo approccio con Quaderno dei fari di Jazmina Barrera (La Nuova Frontiera, 2021, nella traduzione di Federica Niola) non facevo che andare avanti e indietro, tra un capitolo dedicato a un faro e un altro – ce ne sono sei – nel tentativo disperato di orientarmi. Questo piccolo quanto denso saggio, dedicato proprio a quei pilastri dell’orientamento umano che sono i fari, ha infatti una natura sfuggente che si intuisce già dalla definizione di “quaderno”. L’autrice dedica una riflessione a questa scelta, operata per distinguerlo da un diario, in quanto, afferma, “non so come si scrive un diario. […] Preferisco che sia un quaderno, perché così ci sono meno regole”, e questa libertà che si prende intenzionalmente le permette di scrivere un libro che non è propriamente né un saggio letterario, né un diario di viaggio, né un racconto autobiografico introspettivo ma che, a modo suo, è tutte e tre le cose. La geografia, in questo quaderno, è un concetto relativo: se si prende come riferimento il presente, si comincia in Oregon, dove la scrittrice visita il faro Yaquina Head e contestualmente la zia con il fidanzato; se si pensa ai fari letterari cui fa riferimento, ci si muove dalla Cornovaglia di Virginia Woolf alla Scozia di Robert Louis Stevenson e di suo nonno Robert, ispettore dei fari che realizzò un viaggio di ricognizione con sir Walter Scott; infine vi troviamo un breve excursus storico sui fari, che parte dall’isola di Faro, da cui hanno preso nome, nel III secolo a.C. Nei capitoli successivi, anche pensando solo al presente ci si muove tra lo stato di New York, la Normandia e la Spagna, mentre i fari letterari si aggiungono senza un criterio ordinato, bensì ricorrono: i riferimenti alla Woolf, a Stevenson, a Walter Scott e a Edgar Allan Poe non fanno che tornare. E poi Ray Bradbury, Jonathan Franzen, Samuel Beckett, Walt Whitman: una bibliografia eterogenea e affascinante. E ancora, qua e là sono disseminate testimonianze e suggestioni sulla figura solitaria del guardiano del faro, nonché sulla valenza simbolica del faro stesso, che s’intrecciano con le frequenti riflessioni introspettive autobiografiche dell’autrice: “Sento che ci sto riuscendo. Da quando sono arrivata qui vedo che mi sto trasformando a poco a poco in una torre chiusa. Mi muovo nella calma di giorni indistinguibili. La mia routine è così precisa, mi sento così sana di mente che probabilmente sto impazzendo”.
Come dicevo, sulle prime, nella lettura ho faticato nel tentativo di individuare un ordine, un qualche schema per questo gioiellino di scrittura molto originale, poi ho deciso di smettere di farmi domande e abbandonarmi al flusso della narrazione ed è stato un vero piacere.

Caterina Iofrida