Souza, Nina Avellaneda

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Sommario

Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all’alba,
straziato e felice.

Jorge Luis Borges, Elegia del ricordo impossibile

 

Souza è il primo libro dell’autrice cilena Nina Avellaneda a esser stato pubblicato in Italia, dalla casa editrice Edicola Ediciones, nella traduzione di Marta Rota Núñez, per la collana editoriale “Al tiro”, che vede al suo interno «il meglio della letteratura cilena contemporanea nella sua espressione più essenziale e ardente».

La storia che Nina Avellaneda ci racconta è quella di una rassegnata nostalgia, tra le strade di Santiago, città attraversata da una miriade di volti diversi; in cui vi sono bar con musica e alcool; dove si innalzano palazzi che si rivestono delle impalcature delle ditte edili. Tra queste ditte c’è la Almagri, dove lavora Souza, un operaio con un cuore semplice, che alla fine di uno stancante turno di lavoro, si siede sul sedile del treno; sprovvisto di auricolari o di qualsiasi umile giornale possa intrattenere quel viaggio, guarda fuori dal finestrino la moltitudine di volti che gli si prospetta dinnanzi, offuscata dai vetri sporchi di quel mezzo in corsa. Le sue giornate trascorrono così, tra un appartamento e l’altro e una moquette piazzata insieme ai suoi compagni della ditta, da quando Luiza, la sua migliore amica, lei che aveva gli occhi gialli, a cui raccontava di tutto, se n’era andata portandosi via una parte di lui.
Luiza ha sempre amato il teatro, ma era un’attrice senza personaggio e si era persa in una moltitudine di volti.
Souza ha sempre amato le arti invisibili, senza soggetto, e tra queste lei era la forma d’arte più bella che avesse mai visto.
Luiza soffriva e voleva che lui l’aiutasse a morire; aveva trovato consolazione nell’alcool, aveva provato a uccidersi, decisa che non ci fosse più posto per lei in quella città. Così decise di andarsene via e lo fa recandosi in un nuovo appartamento, di fronte al quale si trova un albero alto, con una chioma di fiori lilla, che come lei «non sanno esistere», che si lasciano portare in alto e poi esili cadono giù.
Souza è circondato, come ogni giorno, da travi di cemento e impalcature in acciaio e, ogni sera, ripercorre quelle strade dove era solito incontrarla, ma lei non c’è e si perde tra una folla che percorre – per dirla con Borges – quei sentieri che si biforcano. E perché Borges? Perché questa storia inizia proprio con lui: quando si trovava a Santiago, Nina Avellaneda prendeva spesso la metro. Lì vedeva tanti uomini simili a Borges: da questi frammenti autobiografici nasce l’incipit del libro, che narra di un’apparizione, nella metro, del grande autore. A Souza gli sarebbe piaciuto; con il senno di poi, leggendo queste pagine, io sono d’accordo con lei; perché quell’uomo semicieco che stringe tra le mani il suo bastone è l’autore di quella che avrebbe potuto essere – per dirla con Abad Faciolince – la sua poesia in tasca:

“Non resteranno che ricordi.
O sere che il dolore ha meritato,
notti nella speranza di guardarti,
campi del mio vagare, firmamento
che mentre ammiro perdo…”

Souza inizia come un dialogo non dichiarato tra la Nina Avellaneda lettrice e quell’autore, Jorge Luis Borges, che come ha raccontato, in quelle giornate che “sono troppo lunghe per chi non parla con nessuno” le ha dato una speranza; quella speranza cerca di donarla al suo personaggio, sospeso nello spaventoso inizio di quel processo di rassegnazione che si accinge a affrontare chi ha perso la persona che ama, tanto doloroso che sembra irreale, in grado di rendere i confini tra la realtà e il ricordo estremamente labili: la presenza dell’autore argentino è costante nel corso della narrazione, anche nei momenti in cui non è dichiarata espressamente, ma celata da frasi che riprendono le immagini che egli ha creato con quella sua letteratura complessa e visionaria che si tingono, all’interno di questa storia di una fioca, ma persistente speranza, che commuove il lettore.
In tutto questo, però la vera bellezza della scrittura di Nina Avellaneda, oltre alla sua straordinaria prosa poetica che è in grado di cullare il lettore in una narrazione estremamente frammentata, è nella sua capacità di saper cogliere il lato più umano dei personaggi e il non detto della “poesia” di Borges. In queste pochissime pagine, che si leggono in un’ora, scarsa è riuscita a creare una dimensione straordinaria e pura, talmente essenziale da insinuarsi dolcemente nell’animo del lettore, nel quale lascerà un segno perenne.

Claudia Putzu