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Territorio di fuga, Sara Bertrand

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C’è sole fuori.

Io mi vesto di ceneri.

Concluse così, Alejandra Pizarnik, una sua poesia inviata al giornalista Antonio Requeni, che narra le sue ultime poesie fossero le più crude, esasperate, che lasciassero intravedere la fine, preannunciando quello che sarebbe stato il suo ultimo atto di fuga. Sue sono le parole, nell’epigrafe al romanzo di Sara Bertrand, scrittrice e giornalista cilena che sceglie la poetessa argentina, come un angelo custode a vegliare su un romanzo dalla narrazione frammentata, in cui si racconta la storia di Lili.

A Lili piacciono i classici di Tolkien, ha un naso sporgente a causa di una caduta e vuole bene ai suoi nonni. La nonna N1, però, è occupata nelle sue chiacchiere con le amiche, sedute a un tavolino impolverato, tra le buste colme di oggetti che non potrebbe permettersi e i denti gialli di nicotina, il portafogli sempre vuoto. Il nonno passa le sue giornate in una biblioteca, sua fortezza inespugnabile, a protezione della quale c’è una Calibro 45: nessuno deve disturbarlo. Ha un fratello e una sorella, Beto e Jo; quest’ultima, la più piccola, si rannicchia nel letto di Lili ogni notte, dove piange fino ad addormentarsi, mentre nella stanza accanto il fuoco tra i due genitori è aperto e quelli che si sentono sono spari di rancore, intrisi di una cattiveria impensabile: il padre, un uomo distaccato, la madre, una donna assente che da un giorno all’altro cede alle lusinghe di una setta che la porterà in Oregon, da cui arriveranno lettere con l’insignificante scritta kiss come forma di saluto. L’unica valvola di sfogo per Lili è il suo migliore amico, Luc; sono cresciuti insieme, fino a che quell’amicizia si è trasformata in qualcosa di più, nel sesso custodito come un segreto con le loro famiglie e con loro stessi, incontri a cui non daranno mai una definizione, che si depositeranno in quella parte della memoria dove si custodiscono le domande senza risposta. Lili cresce e incontra Diego: a lui piace la musica, registrare i suoni, ma con lui, lei stonava. Stonava con tutti.

E poi l’amore… quello coraggioso, quello che si immerge nei fondali più oscuri, per stringere più forte, che ci crede e riesce a vedere qualcosa in quel buio, attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, quello a cui non servono risposte, perché è venuto per restare e non si dà per vinto.

sara bertrandCon una scrittura crudele, alla ricerca di un briciolo di tenerezza, tra la polvere depositatasi negli angoli di case dell’affetto vuote allora e per sempre, sui davanzali di finestre su cui erano poggiati i gomiti di corpi sconfitti, nelle fragili parole di conforto e nei timidi abbracci che come stelle cadenti infuocate tagliano il buio di una notte imperdonabile, Bertrand riesce a dipingere, dimostrando una grande maturità, il ritratto di un’infanzia assediata dal reticolato di fughe fallite, in cui la protagonista si è ritrovata senza volerlo, facendo i conti con la rabbia, la fragilità, l’egoismo e la mancanza di responsabilità degli adulti che aveva intorno, per passare a un’età adulta, con la pelle segnata da quelle ferite che ancora sanguinano, mai rimarginate, non per puntare il dito, bensì per rivelare la condanna derivata da quei traumi irrisolti che lasciano in eredità un inesorabile declino, destinato a contagiare ogni cosa.

E mentre racconta la storia di Lili, una ragazza e poi donna, caratterizzata dall’autrice in maniera eccellente, servendosi di una polifonia che vede nella narrazione cambi di persona improvvisi e la cui voce si evolve all’interno del romanzo, così come crescono con lei quei demoni la cui eco risuona in maniera asfissiante nelle sue orecchie, avvelenando il suo presente, Territorio di fuga (Edicola Ediciones) riesce a dare voce, finalmente a regalare una rappresentazione non banale, che rifiuta la compassione di circostanza, a quelle migliaia di bambini e bambine che hanno vissuto una realtà analoga, a dare risonanza a un grido di aiuto silenzioso, quello di giovani adulti vomitati in un mondo in cui cercano di sopravvivere come possono, nel tentativo di sbrogliare le loro matasse, rincollando costantemente i pezzi sfuggenti di vetro di una caduca serenità, ogni giorno con la paura di dover ricominciare da capo, ogni giorno con la consapevolezza che sarà sempre più difficile ricomporre un vaso difettoso in partenza, alle prese con la difficoltà di aprire il proprio cuore a quanto di bello può ancora salvarli, per permettergli di tracciare, tra gli arzigogolati sentieri di fughe fallite, un percorso verso una casa dove non sarà più necessario scappare.

Claudia Putzu

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