Algunas chicas

Share on facebook
Share on email
algunas-chicas
Sommario

“Algunas chicas” di Santiago Palavecino (2013)

– Una volta, quando ero bambina, i miei genitori mi hanno cercata ovunque perché non mi trovavano. Hanno chiamato le mie amiche, la polizia, mio padre è uscito con la macchina a cercarmi. (…) Mia madre va in camera mia per prendere qualcosa e mi trova lì addormentata. Ero sempre stata lì. Non mi avevano cercato lì dove avrebbero dovuto cercare. (…)

– È sempre così.

– Dici che siamo sempre dove non ci cercano?

– No, dico che in realtà uno è sempre a casa sua. Anche se viaggia, anche se scappa, anche se si rifugia in un convento. Uno è sempre a casa sua e per questo bisogna andare via.

 

Celina va a trascorrere un periodo nella casa di campagna di una coppia di amici. È in crisi, ha bisogno di stare lontana dal marito e dal lavoro. Non racconta, non risponde alle domande dei due amici che, d’altra parte, si trovano in una situazione che non riescono a fronteggiare. La loro figlia Paula vive in una sorta di isolamento dopo essersi tagliata i polsi e aver preso delle pasticche. In modo velato chiedono a Celina di parlarle.

L’incontro con due amiche di Paula, Nené e Maria, personaggi sfuggenti e misteriosi, la convincono a tentare di avvicinarla. Tra le due si instaura subito un legame di fiducia, sembrano comprendersi e parlare lo stesso linguaggio.

Tra passeggiate oniriche nei boschi, capelli e corpi bagnati di pioggia e tuffi in piscina, smarrimenti psichici e non, consumo di alcol e sostanze allucinogene, Celina e le tre amiche trascorrono molto tempo insieme tanto che, secondo la madre di Paula, Celina sembra tornata adolescente.

Il film è un flusso di coscienza, malato, incerto, con tentativi di riprodurre un clima che conosciamo nelle opere di Lynch, come quando il paesaggio inquadrato dalla finestra della camera di Celina scorre oppure oscilla, assume colori indefiniti, non corrisponde al paesaggio circostante.

Tale sforzo di condurre lo spettatore in un mondo sotto la superficie non è del tutto riuscito, ci viene suggerito sin troppo esplicitamente che la casa corrisponde al sé e le ragazze sono specchi l’una dell’altra.

Tutto il film non è che la rappresentazione di un percorso psichico.

In alcuni momenti tra Paula e Celina sovviene vagamente il Bergman di “Persona” ma siamo lontani dallo stesso crudele scavo nell’anima dei personaggi.

Il coro delle ragazze che recitano “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di Pavese come un rituale per renderci partecipi, ha in realtà un effetto straniante e lascia noi spettatori consapevoli di essere rimasti comodi sulla nostra poltrona. Non siamo con loro.

I cenni alla magia, alla preveggenza di Nené, ad alcuni eventi e apparizioni misteriose avvenute nel circondario (storie raccontate da un tassista ai suoi clienti), completano un’opera non ben definita eppure affascinante.

Innanzitutto il paesaggio ci fa capire che siamo in un luogo in cui può succedere di tutto, possiamo perderci e ritrovarci come in una casa che tutto nasconde ma non “ruba”. Un luogo la cui oscurità non è ci è del tutto sconosciuta e ci tiene aggrappati alla visione.

Laura Bucciarelli