La calle de la amargura

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Sommario

Film grottesco e drammatico di Arturo Ripstein, “La calle de la armagura” (2015) nasce da un soggetto di Paz Alicia Garciadiego ispirato a un fatto di cronaca avvenuto in Messico.

Nei bassifondi della capitale, due fratelli gemelli nani vivono facendo da spalla a due wrestler. Indossano perennemente la loro maschera di scena, anche in casa, con le loro mogli di “taglia normale” e i loro figli di “taglia normale”.

«Non siamo nani, siamo lillipuziani, siamo carne da ring», dirà uno dei due. Sono “uomini in miniatura”, a volte umiliati, a volte esaltati, con una madre possessiva e morbosa che, insieme al padre ubriacone, fa loro da manager.

Dopo un incontro vittorioso si concedono una notte con due prostitute del quartiere.

Le due donne sono avanti con l’età, anzi sono considerate troppo vecchie per il mestiere e riescono a raccattare pochi clienti.

Una di loro mantiene la figlia Jezabel (nomen omen) e il marito, che si traveste per adescare qualche ragazzo. «Con i miei vestiti, che ci danno da mangiare!»: questa è la recriminazione disperata della donna. È inaccettabile che l’uomo abbia osato indossare i suoi abiti da lavoro, quelli migliori, per cercare piacere e attenzioni fuori dal loro letto.

L’altra prostituta riceve i clienti in un garage, ma ormai la maitresse che ha il controllo della zona ha dato il suo posto a una più giovane. Riesce a fare qualche soldo sfruttando una vecchia per chiedere l’elemosina.

Abitazioni distrutte, muri sfondati, bagni in comune, pile di giornali come cuscini, materassi per terra, soldi nascosti dentro la statuina di un santo, il bancone di una farmacia protetto da una grata, «vorrei una vita normale», dice una delle due prostitute, però dice anche che il loro mestiere è come la scabbia, «non ti lascerà mai».

Dunque questi quattro personaggi, di cui oggi diremmo che hanno vite e corpi non conformi, una notte si danno appuntamento in un albergo a ore. È l’occasione per far esplodere i loro destini già segnati.

Il succedersi degli eventi dopo il loro incontro semplicemente rivela che tutti e quattro hanno vissuto per arrivare a quel momento.

Le due donne vogliono truffare i due fratelli con un metodo che hanno usato per anni. Danno loro un bicchiere con un mix di alcol e qualche goccia di collirio per farli addormentare e rubare tutto quello che hanno, però stavolta sbagliano il dosaggio.

Il film è girato in un bianco e nero corposo e netto, denso di ombre. L’ambientazione realistica e la vicenda ispirata alla cronaca nera fanno solo da cornice a un incubo in cui tutti gli esseri umani sono agnelli destinati al sacrificio. Sfruttano e sono sfruttati, sono vecchi o malati o deformi o crudeli e pretendono amore, chiedono pietà.

Nel finale, quando le due prostitute non hanno più scampo, una delle due sente di dover dire all’altra qualcosa di importante e una poliziotta le chiede di cosa si tratta. «Di non disperare. È il destino. Tutto passa». Dalle sue poche parole capiamo anche che niente cambia.

Laura Bucciarelli