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I corpi dell’estate, Martín Felipe Castagnet

Sommario

È bello avere di nuovo un corpo, anche solo questo corpo grasso di donna che nessuno vuole più, e passeggiare lungo il marciapiede per sentire la rugosità del mondo (1).

Chi di noi non ha mai fantasticato di rinascere in un altro corpo? Di cambiare identità, genere, etnia? E alla coscienza che fluttua senza corpo, in attesa di incarnarsi, avete mai pensato?

Lo stato di fluttuazione, cioè il proseguimento dell’attività cerebrale all’interno di un modello informatico, è il primo passo imprescindibile per la salvaguardia delle entità individuali. Subito dopo la morte si può procedere con il secondo passo facoltativo della migrazione da un supporto a un altro: questo processo prende il nome di masterizzazione di un corpo (2).

Los cuerpos del verano è uscito in Argentina nel 2012 (3): l’autore del romanzo, Martín Felipe Castagnet, era allora sui venticinque anni. È passato più di un decennio e la fantascienza, nel bene e nel male, ci viene incontro ogni giorno di più; e questo libro io lo ho letto più volte, ma ancora non smette di stupirmi.

La storia la racconta il protagonista, Ramiro Olivaires detto Rama: morì molti anni fa, ancora giovane, lasciando due figli piccoli e la moglie, e la sua coscienza ha fluttuato in rete per settant’anni. E Rama ora torna tra i vivi, nel corpo di una donna di mezz’età: un corpo fuori forma, fragile, collegato a una batteria ingombrante, ma sono il corpo e la batteria che la sua famiglia poteva permettersi. Sì, perché Rama è tornato nella casa di famiglia, la casa “ingombra di parenti e ricordi” in cui vivono suo figlio Theo, già molto anziano, il figlio e la nuora di Theo e i loro due bambini e Cuzco, un misterioso aiutante domestico. E sì, il corpo è giù di forma e la batteria è antiquata, sempre da ricaricare: perché i progressi di informatica e medicina permettono di rigenerare gli organi e masterizzare i corpi, ma è tutto sempre una questione di soldi.

La prima cosa che ho fatto quando sono rimasto da solo è stato mettermi le dita nella fica. Non ho sentito niente […] La mia mente era fresca nonostante il cervello fosse usato; se c’era una cronologia, dovevano averla cancellata. Le ginocchia non rispondevano ancora, ma il resto del corpo sì. La mente interpreta la fine dello stato di fluttuazione come la fine di un crampo; l’assenza del pene, invece, somiglia alla sindrome dell’arto fantasma di cui soffrono certi amputati (2).

Tanto il suo nuovo corpo quanto l’ambiente, così cambiato, lo stupiscono; ma è sorprendente anche il perdurare uguale, il non mutato in tanti anni. In questo straniamento Rama racconta la sua vita nuova, la sua quest: se è tornato tra i vivi è infatti perché ha uno scopo, saldare certi conti in sospeso.

Los cuerpos del verano ha vinto premi, è stato ripubblicato in patria e tradotto all’estero. A portarlo in Italia è Zona 42, editrice indipendente specializzata nella fantascienza e nei suoi dintorni: I corpi dell’estate esce nel 2022, tradotto da Francesca Signorello e con una postfazione dell’autore a questa prima edizione in Italia (3).

Lo leggo subito, nell’autunno del 2022: è un romanzo breve, il classico libro che “si divora”, e infatti lo divoro – assieme mi diverte, mi commuove e mi inquieta. Ha una bellissima copertina. Passa il tempo e lo rileggo, poi ancora, e dico sempre che ci scriverò su qualcosa, ma sempre c’è qualcosa che mi trattiene.

È giunta l’ora che io provi a scriverne. Ma abbiate pazienza, vi tocca una digressione.

Più di vent’anni fa una donna – suo marito era morto alcuni mesi prima, e ancora non aveva settant’anni – chiese a sua figlia di guardare un film insieme: lei lo aveva già visto al cinema, la figlia invece no. Lo guardarono assieme, in salotto, addirittura in VHS; a ripensarci, sembrano passati settant’anni. Una fase del lutto si conclude, aveva detto la donna – la madre, la vedova – prima di accendere la tele.

Questo ricordo, come ogni ricordo, ricordarlo lo porta nel presente.

Martin Felipe CastagnetMartín Felipe Castagnet, nella postfazione all’edizione di Zona 42, ha scritto: Nel mio libro, non esattamente questo ma il controlibro che si scrive tutti i giorni in silenzio, funziona da bussola ciò che ci disorienta (4).

E questo scrive, in La vita che brucia, Edoardo Camurri: Il ricordo e il presente sono un’unica cosa. La sua legge è divisa in due parti; la prima è semplice: può esserci ricordo solo se non c’è più il presente. La seconda, che ne è una conseguenza, è impressionante: non può esserci presente se non c’è il ricordo (5).

Da questi due frammenti conseguono alcune domande.

Che sta facendo Rama, nel suo secondo corpo (il secondo ma non l’ultimo, e nemmeno il penultimo), quando confronta il presente e il ricordo?

Il ricordo di quel VHS, di quel preciso istante, di un film visto insieme, coincide dunque con il presente?

E cosa sono la lettura, la scrittura, e dunque la letteratura, se ricordo e presente coincidono?

E poi: come funziona, qual è il dispositivo della “narrativa del what if, del cosa succederebbe se” – come scrivono, parlando di fantascienza, Angela Bernardoni e Andrea Viscusi (6)? La speculative fiction, questo esperimento del pensiero sul mondo, come agisce? Porta il futuro nel presente, che a sua volta coincide con il ricordo?

La donna che guardò il film in VHS era mia madre, e io la figlia che lo guardò con lei. Il film era L’erba di Grace, il tipo di commedie che piaceva a mia madre: c’è questa donna di mezza età, Grace, che dopo la morte del marito ne scopre tradimenti e debiti, e rischia la confisca dei beni, della casa e della serra, così inizia a coltivare marijuana anziché orchidee, eccetera (7); ma ben più di Grace io ricordo Elena, mia madre, che finalmente ritornava a ridere.

Ci penso ora, alcuni mesi dopo la sua morte. Ciò che mi appare è, appunto, un’epifania. Quando le storie raccontate, narrate o messe in scena, ci risuonano – quando funzionano – accade qualcosa che spesso nemmeno registriamo, nemmeno riusciamo a dire, tanto abissale è la sua magnitudine: tra presente e ricordo aprono un varco. Un futuro. Un esperimento del pensiero sul mondo.

È strano stare dall’altra parte. Mi avvicino allo schermo come se fosse un acquario. Sono stato un pesce e ora cammino di nuovo sulla terra. Ci sono vari amici, alcuni cugini, dei colleghi di lavoro. Molti sono morti subito dopo di me, altri da qualche settimana. Forse un giorno la maggior parte di loro accetterà di rientrare in un corpo, altri non vorranno tornare mai più (8).

In poco più di cento pagine, in brevi capitoli numerati a due livelli, Rama racconta un mondo vecchio e nuovo assieme: iniquo come sempre, ma ora stravolto dalle conseguenze della semi-immortalità. Incontra gente, gira disorientato per la città, si caccia in situazioni assurde; muore una volta e mezza, esercita l’ironia, racconta in modo nuovo il mondo non umano; tra ricordi, agnizioni e colpi di scena entra due volte nella città altra, la città che nella tradizione della speculative fiction fonde e travolge utopia e distopia urbana: qui è uno slum chiamato Gorilla, il luogo in cui si svolge il mercato nero degli organi, una favela cimiteriale dalla disperata vitalità.

Mai la voce di Rama si impegola nel lessico tecno-scientifico, né mai ci infligge lo spiegone informatico-cibernetico o quello morale-valoriale. Quando ci informa sullo specifico, sul quid di quel mondo futuro lo fa non dall’alto, non da saccente, ma con la voce di chi ha un corpo che gode e soffre, di chi si arrabatta e si stupisce, insomma uno di noi; nell’avanzare dell’intreccio descrive un contesto usuale, familiare, in cui lo strano –  l’unheimlich, il perturbanteirrompe nel capitolo e lo trasforma in un innesco, nell’inizio, nel germe di un racconto autonomo: un principio, questo, che sta nel cuore del fantastico latinoamericano (“Solo l’alterazione momentanea all’interno della regolarità rivela il fantastico”, ha detto Julio Cortázar (9).

Anni sono passati, anni di letture rubate alla fretta, di scrittura cicatriziale, di nausea e di dolore civile, e ogni tanto rileggevo questo libro; e poi è giunto il lutto, i giorni in cui non leggerei nemmeno se avessi tempo. In cui non potrei scrivere una riga. Poi ho passato due ore con Ramiro, con sua nuora – il suo nome è Settembre – con l’archeologo cibernetico Mosè. Con il ricordo, che è la stessa cosa del presente, e con quell’incrocio, quella forma a X, che è “il chiasmo che sta al cuore della fantascienza: più verosimile e familiare è l’implausibile, più contingente e implausibile diviene il familiare (10)”.

E come vedete – se avete avuto pazienza fino a qui – ecco che infine provo a scrivere su I corpi dell’estate, un breve libro che risuona con questi giorni, con una fase del lutto che si conclude: un libro legato al vivere e al morire, all’esser vivi senza corpo o morti in vita, al ricordo, al presente, a mutamenti e genealogie, a successioni e beghe ereditarie, pieno di trasformazioni e di ironia – un libro pieno di vita, insomma.

Silvia Tebaldi

 

 

 

(1) Martín Felipe Castagnet, I corpi dell’estate, traduzione di Francesca Signorello, postfazione dell’autore all’edizione italiana, Zona 42, Modena 2022, p. 9.

(2) ivi, p. 12.

(3) Martín Felipe Castagnet, Los cuerpos del verano, Factotum Ediciones, Buenos Aires 2012.

(4) Postfazione all’edizione italiana, di Martín Felipe Castagnet, in chiusa a I corpi dell’estate, cit.

(5) Edoardo Camurri, La vita che brucia, Timeo, Palermo 2025, p. 31.

(6) Angela Bernardoni e Andrea Viscusi, Fantascienza. Storia delle storie del futuro, Armillaria Edizioni, Roma 2024, p. 11: “Parleremo di una narrativa che utilizza situazioni immaginarie per fare speculazioni di carattere scientifico in senso ampio – ovvero, tutte le discipline che possono essere sottoposte a un processo di ricerca – mantenendosi sempre nei limiti della plausibilità stabilita dalle premesse della storia. In termini più pratici è la narrativa del what if, del ‘cosa succederebbe se’. Nell’ipotesi troviamo una natura tale da cambiare le condizioni del mondo che conosciamo ma che ne rispetta le regole di fondo”.

(7) Saving Grace, commedia inglese del 2000, diretta da Nigel Cole, uscì nelle sale italiane alla fine dello stesso anno, con il titolo L’erba di Grace; questo ricordo data pochi anni dopo, quando ancora si usavano i VHS.

(8) Martín Felipe Castagnet, I corpi dell’estate, cit., p. 15.

(9) Julio Cortázar, Del racconto e dintorni, Guanda, Parma 2009, p. 29.

(10) Geoffrey Winthrop-Young, “La guerra dei mondi”. H. G. Wells, 1897, in Il romanzo, a cura di Franco Moretti, vol. 2. Le forme, Einaudi, Torino 2002, p. 178.

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