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Conosci le visioni dell’altezza? Hai visto il cuore

della luce?

«Se l’uomo ha sottomesso a sé i tre regni della natura, il regno minerale, il vegetale e l’animale, per quale ragione non potrà aggiungere ai regni dell’universo il suo proprio regno, il regno delle creazioni?».

Terminò così, Vicente Huidobro, la sua conferenza di fronte agli studenti del corso di Studi filosofici e scientifici del dottor Allendy, a Parigi, nel gennaio del 1922. Una vita breve, quanto intensa, quella dell’autore cileno, nato a Santiago del Cile nel gennaio del 1893 e che ha iniziato a scrivere quando ancora non aveva compiuto nemmeno la maggiore età, per poi ritrovarsi a viaggiare per il mondo, tra i più importanti poli di studi letterari della sua epoca, a diffondere la sua idea di letteratura, di poesia, quella teoria che origina dalla prima, seconda e terza condizione che ogni poeta dovrebbe far propria: creare. La poesia – come appare scritto in uno dei suoi manifesti poetici – non può esistere, se non nella testa del poeta.

Tale concetto lo si ritrova in Tremore del cielo che della sua produzione è sicuramente uno dei testi più significativi, il quale, seppur pubblicato per la prima volta nel 1931 a Madrid, ripubblicato nel dicembre 2023 in Italia, per la collana delle Edizioni Arcoiris, Gli Eccentrici, nella magistrale traduzione di Loris Tassi, si rivela ancora profondamente attuale. Del resto, se la poesia – secondo Huidobro – non ha bisogno di trovare il suo significato all’esterno, l’esterno troverà sempre significato nella poesia, in questo caso brodo primordiale da cui prende vita una dimensione inedita, al cui interno si riversano oggetti quanto esseri viventi che sembrano evadere dal loro spazio convenzionale; in realtà, ad evadere dalla convenzione è lo sguardo dell’Io.

Come a sfuggire alle sue regole è una prosa che accoglie strumenti propri della scrittura in versi, tra cui le anafore a scandire le immagini di un universo passato sotto la lente della sottile ironia dello scrittore, la cui poetica costituisce una pietra miliare della letteratura latinoamericana e mondiale, infine la cui lungimiranza restituisce a chi legge uno sguardo senza tempo, che trova ragion d’essere nelle contraddizioni di un contesto come quello contemporaneo, in cui la sottomissione dei regni da parte dell’uomo ha raggiunto un punto di non ritorno, arrivando a causare una rottura dell’equilibrio con il mondo circostante (Su che quantità di errori riposa ogni invenzione dell’uomo?) e in cui l’umanità, sommersa dalle lusinghe di un mare di cose senza vita, insegue il miraggio dell’immortalità; a partire da quest’ultimo punto viene a crearsi un filo conduttore che si potrebbe leggere nell’ottica di quella teoria che parlava di corsi e ricorsi storici e che individua una costante che accomuna la società a cui e di cui parlava sommessamente quanto in maniera vivida Huidobro alla nostra: mentre la collettività è costretta a contemplare le macerie delle sue convinzioni e la vacuità dei costrutti su cui si fonde la propria esperienza, può solo prendere atto dell’unica certezza fattuale che possiede, rispetto alla quale si ritrova impotente, ma soprattutto sola: la fine.

Vengono in mente le parole di Flaubert, «Quando gli dei non esistevano e Gesù Cristo non era ancora comparso, ci fu un momento unico, da Cicerone a Marco Aurelio, in cui c’era solo l’uomo» (Yourcenar 1985, 224): gli anni in cui le parole contenute in Tremore del cielo hanno iniziato a scriversi furono estremamente complessi, sia da un punto di vista storico che culturale, quest’ultimo termine inteso come l’insieme delle espressioni artistiche sviluppatesi in tale periodo, testimoni di un mondo in piena crisi, nelle cui orecchie ancora risuonava l’eco della guerra e la cui quotidianità faceva i conti con un progressivamente crescente dominio della macchina al cui gioco erano assoggettate innumerevoli vite cullate nella vaga illusione che il progresso, le invenzioni e le conquiste potessero essere in grado di dominare il tempo, legandolo a una qualche logica proto-capitalista a sottomettere gli eventi a un regime di placidità.  Eppure viviamo aspettando qualcosa di imprevisto, il manifestarsi di un segno siderale in quell’espiatorio aldilà dove non riesce ad arrivare neanche il suono delle nostre campane: rieccola la fine, l’angoscia di un qualcosa che non si può prevedere.

Protagonista delle prime pagine di Tremore del cielo, la Morte si trasforma però nel motore della Vita, in ciò che fa girare l’esistenza sospesa su un grande vuoto. Il cambiamento della materia; quella complementarietà che crea lo slancio. Per questo viviamo, credimi, per questo viviamo e per nient’altro. Per questo abbiamo la voce e per questo abbiamo una rete nella voce. Il resto non conta e, ad accompagnare la consapevolezza che il poeta non perde mai di vista, vi è un’urgenza: liberarsi dalle catene, evadere dalle prigioni, seppellire i propri morti, dimenticare e ricordare ciò che si è dimenticato nel rapido viaggio quale è quello umano sulla Terra, fugace come le comete che solcano i cieli dell’opera di Huidobro, a preannunciare – come la tradizione classica gli aveva insegnato – l’avvento di una catastrofe, preludio di una fine definitiva: è triste pensare che, all’epoca, egli vi fosse più vicino di quanto potesse immaginare, ma è forse proprio questo che riconsegna al suo Tremore del cielo la sua essenza più profonda, che coincide con il richiamo a una storia d’amore largamente riconosciuta tra le più struggenti che la letteratura abbia donato, quella tra Tristano e Isotta, uno dei più famosi miti legati al ciclo arturiano, simbolo di un legame indissolubile quanto doloroso: ora, ci sono varie ragioni dietro la presenza di questi due personaggi che rimandano anche a un’esperienza personale dell’autore; in Tremore del cielo, la ricerca di questa donna bramata dal protagonista maschile del libro, il vivere questo sentimento, è ciò che dona al personaggio la possibilità di ottenere un istante d’eternità tradotto nella comunione dei corpi di cui si legge tra le pagine, corpi umani ed elementi naturali. Tuttavia tale operazione estetica non deve essere letta – come ben sottolinea Emiro Santos García in un suo articolo – come un banale uso della metafora a riproporre la trita e ritrita associazione tra la donna e il senso ultimo di ogni cosa; l’amore non è e non può essere mezzo di elevazione o di salvezza; tutto è destinato a morire, ma è forse in esso e nel sentire umano che l’autore riscopre la chiave per riconsegnare all’ultima caduta il ricordo del cielo e alla morte un po’ di luce.

Claudia Putzu

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