Vita dell’impiccato, Pablo Palacio

Share on facebook
Share on email
palacio
Sommario

Non sono qui; sono nuovamente caduto in un vuoto d’assenza.

Ogni volta la stessa sensazione di assenza!

Mi sento come disintegrato: è come se alcune mie parti siano lontane da me,

in un posto sconosciuto e gelido.

Resto per molto tempo nelle tenebre e comincio a muovermi

a tentoni in tutti gli angoli del cubo, dominato da due impulsi contrastanti:

la speranza e il terrore di trovare qualcun altro che mi stia cercando.

 

Devo fare otto ore di treno per risolvere una questione burocratica, quattro all’andata e quattro al ritorno. Porto con me Vita dell’impiccato di Pablo Palacio (trad. Alice Piccone).

Quasi subito il narratore si rivolge al pubblico, come se fossimo in teatro. Sì, parlo proprio di pubblico e non di lettori anche se il sottotitolo del libro è “Romanzo soggettivo”. O forse proprio per quello. La struttura del testo viene scardinata e poi, solo in fondo, ritrovata.

Il romanzo e la soggettività esplodono in allucinazioni, sogni, segni, premonizioni e invettive.

Ricorre la frase “non sono qui”.

Ricorre il nome “Ana”, fantasma, memoria, donna carnale, brava ragazza.

Ricorre la fragilità del mondo, della natura trasformata dall’uomo, delle convenzioni sociali, dell’umanità, dell’uomo appeso che probabilmente è colpevole di omicidio.

Infine il teatro arriva in sogno. Il percorso per raggiungerlo è accidentato, si rischia la vita.

Sebbene alcuni riferimenti storici e geografici possano sfuggire, l’uomo impiccato, oppresso e accecato, ci riguarda, ci appartiene, siamo noi.

Il romanzo soggettivo di Pablo Palacio è un cerchio.

“Ogni giorno, quando mi sveglio, nasco di nuovo”, dice il protagonista durante una delle sue rievocazioni.

Finisco di leggere alla fine del viaggio di andata. Ho altre quattro ore per tornare.

Laura Bucciarelli