È stato come scoprire un continente inesplorato. Tre domande ad Ana María Shua

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Nata a Buenos Aires nel 1951, Ana María Shua ha iniziato a dedicarsi alla scrittura all’età di sedici anni, pubblicando la sua prima raccolta di poesie El sol y yo. Autrice di romanzi (fra cui Soy Paciente, Los amores de LauritaEl libro de los recuerdos e Hija) e raccolte di racconti (Que tengas una vida interesante e Contra el tiempo fra gli altri), è autrice di cinque raccolte di microfinzioni, che le sono valse anche premi di prestigio internazionale: La sueñera, Casa de Geishas, Botánica del Caos, Temporada de Fantasmas (riunite in Cazadores de Letras) e Fenómenos de circo. Nel 2016 ha ricevuto in Messico il Premio Internazionale Arreola per le Microfinzioni. La sua opera è stata tradotta in quindici lingue.

 

 

In America Latina e in Spagna, le microfinzioni hanno trovato una forte visibilità e riscosso un’ottima accoglienza tra i lettori. Ci sono vari casi di diffusione e consacrazione di questo genere letterario. Quali ritiene abbiano giocato un ruolo fondamentale finora?

Sono illusioni che abbiamo noi micronarratori. Se guardiamo la lista dei best seller, torniamo con i piedi per terra. Nessuna microfinzione è mai stata in quella lista, quindi parlare di “ottima accoglienza” è un eufemismo. Diciamo che in Spagna c’è un pubblico chiaramente interessato al genere, non è un interesse enorme, ma è sufficiente. In America Latina, invece, quello che c’è, è il grande interesse di un gran numero di autori che coraggiosamente osano approcciarsi al genere. Ma, salvo pochissime eccezioni, tra le quali inserisco il mio nome, questi autori non trovano case editrici disposte a pubblicarli, pertanto finiscono per autopubblicarsi e di solito soffrono lo stesso tipo di stenti dei poeti. I loro libri finiscono per avere visibilità fra i critici letterari e gli studiosi, ma non fra i lettori. Penso che la diffusione del racconto negli ultimi anni abbia avuto a che fare principalmente con due fenomeni. Da un lato, la scoperta da parte della critica che si tratta di un genere a tutti gli effetti, diverso dal racconto. È stato come scoprire un continente inesplorato e in varie regioni del mondo ispanico sono comparsi critici di altissimo livello desiderosi di esplorarlo e indagarlo. I critici accademici di solito sono anche professori, e quindi, dalle loro cattedre hanno permesso la diffusione di questo genere e la conseguente creazione di un gruppo di lettori d’élite interessati alle microfinzioni. Allo stesso tempo, anche internet ha avuto il suo ruolo, il microracconto è un genere ideale da leggere sullo schermo. In ogni caso, non dimentichiamo che nel 1955 è stata pubblicata la prima antologia di microracconti in America Latina, a cura di Borges e Bioy Casares, i Racconti brevi e straordinari. Nello stesso anno apparve un grande antecedente del genere, le Mille e una greguería di Ramón de la Serna. E inoltre, già a quel tempo, in Messico lavoravano due autori come Arreola e Monterroso.

Attualmente, il microracconto sta vivendo un’importante impennata in Argentina. A cosa pensa sia dovuta questa rinascita della letteratura breve nel suo Paese? Considerando la breve lunghezza e le sue caratteristiche, qual è, secondo lei, l’aspetto principale che un autore deve avere per scrivere microracconti? Crede che la microfinzione sia un genere di iniziazione nel mondo letterario o che, al contrario, abbia una sua entità e identità?

In Argentina abbiamo una forte tradizione di microracconti. Tutti i nostri grandi maestri della letteratura li hanno scritti. Ho già menzionato Borges e Bioy, ma devo aggiungere Cortázar, Ocampo, Denevi, Blaisten… Che gli argentini scrivano racconti è semplicemente naturale. La presunta “emergenza” che il genere sta vivendo è un po’ complicata. Forse dall’esterno sembra proprio così. All’interno del Paese non esiste un editore disposto a pubblicare un libro del genere a proprie spese. Luisa Valenzuela, Raúl Brasca ed io siamo gli unici autori che hanno trovato editori disposti a pubblicare gratuitamente. Esattamente come accade con la poesia, ci sono molti più autori che lettori. Per scrivere microstorie che valgano la pena, bisogna avere molta immaginazione, una elevata capacità di sintesi ed essere un grande lettore. Quasi gli stessi ingredienti necessari per scrivere qualsiasi opera letteraria. No, non penso che sia un genere di iniziazione, al contrario, penso che come iniziazione sia tremendamente pericoloso. Non proporrei mai a un giovane autore di scrivere un microracconto per iniziare a osare con la letteratura. Al contrario, credo che sia un genere molto sofisticato, specializzato, che va raggiunto dopo aver acquisito una grande padronanza degli strumenti letterari. La sua stessa entità e identità… non è qualcosa che deve essere provato in America Latina, dove il genere ha una tradizione forte e chiara a cui hanno partecipato i più grandi scrittori del continente.

Lei è una delle scrittrici più importanti dell’attuale narrativa argentina e i suoi libri di microracconti hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. Quali nomi sono fondamentali all’interno di questo genere attualmente?

Luisa Valenzuela, ovviamente. E Raúl Brasca, che ha ricevuto il Premio Arreola per le microfinzioni in Messico nel 2017. Ci sono molti giovani autori che lavorano a questo genere, ma nessuno di loro è diventato fondamentale.