Forse l’amore ti renderà libero

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In Brasile, la recente uscita del film “Bones and All”, tratto dall’omonimo romanzo di Camille DeAngelis, diretto dal cineasta italiano Luca Guadagnino e vincitore dei premi come Miglior Regista e Miglior Giovane Attrice all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ha “aggiunto sale” ai dibattiti su cannibalismo e antropofagia nell’anno in cui è stato celebrato il centenario della Settimana d’Arte Moderna del 22, che un secolo fa ha portato l’antropofagia al centro del dibattito intellettuale e artistico in Brasile.
Vale la pena ricordare qui che il vibrante movimento culturale e artistico del Modernismo brasiliano ha avuto un momento speciale nella Settimana del 22 e, nel Manifesto Antropofágico, pubblicato successivamente, sono state organizzate le premesse del movimento. Il Manifesto si proponeva di divorare culture e tecniche straniere, soprattutto europee, per rielaborarle con autonomia.
Avvicinarsi all’altro, antropofagicamente, significava appropriarsi criticamente dell’altro. Questo è stato ispirato dai rituali delle popolazioni indigene antropofaghe che mangiavano il nemico, supponendo che fosse così che stavano assimilando le loro qualità.

La giovane coppia di cannibali del film
Ma per quanto riguarda il film di Guadagnino, è davvero in gioco il cannibalismo?
È già stato scritto che il film ruota attorno a emozioni come la solitudine, l’abbandono, l’emarginazione, l’insicurezza, la mancanza di appartenenza, il valore dell’amicizia e dell’amore. Sappiamo che l’arte gode della libertà poetica, della rappresentazione, di toccarci. Tuttavia, visto il disagio causato dalle scene cruente del film, sia il pubblico che la critica non possono nascondere il proprio disagio di fronte alle manifestazioni di empatia che la storia d’amore tra la coppia disadattata interpretata dalla talentuosa Taylor Russell (Maren) e Timothée Chalamet (Lee) ha stuzzicato, anche se è la storia di due cannibali.
Mangiatori, divoratori di uomini, nemici della società, ostaggi dell’istinto, criminali. Di fronte a ciò, cos’è questo atto di destrezza di alcuni che cercano di riconoscere l’umanità nella condotta riprovevole di una coppia di cannibali in cerca di sopravvivenza?
Metaforicamente, il cannibale è un egoista? È incapace di relazione, di scambio? Prende semplicemente dall’altro senza dare nulla in cambio? Il bacio, come espressione dell’incontro delle anime, è impossibile? Il film suggerisce domande come queste.

Giaguaro o farfalla?
Un bellissimo articolo dell’antropologo brasiliano Carlos Fausto ci fa riflettere sulla dicotomia tra “un’anima animale, regressiva, che risponde alle pulsioni sessuali, all’impulso violento e al desiderio di mangiare carne, e un’altra, come l’anima di un animale le cui qualità determinano il carattere della persona, in modo tale che una farfalla acyguá non rappresenta lo stesso pericolo di un giaguaro. […] Chi si lascia dominare dall’anima animale e dal desiderio di mangiare carne cruda, il destino è quello di trasformarsi in un giaguaro” (Se Deus fosse jaguar: canibalismo e cristianismo entre os Guarani (séculos XVI-XX), 2001).

Gli incontri che ci definiscono
Sulle strade polverose dell’America conservatrice e violenta degli anni ’80, all’epoca di Ronald Reagan, è dove Maren e Lee si incontrano, ciascuno nel proprio viaggio verso la maturità: come sostiene lo psicanalista italiano Massimo Recalcati, “la vita si forma attraverso la pura contingenza degli incontri”.
Nello sviluppo della storia, è da notare il fatto che Lee, più esperto nella sopravvivenza quotidiana che la sua condizione gli impone, cerca di dimostrare la propria superiorità nei confronti di Maren, più giovane e inesperta, ma si ritrova ben presto guidato da lei. La sua postura predatoria nasconde a malapena la sua vulnerabilità.
Ed è la nuova arrivata Maren a fargli sentire il peso del senso di colpa dopo un incontro con l’ennesima delle sue vittime. In un dialogo fitto e carico di sensi di colpa, chiede alla compagna-complice “Pensi che io sia una persona cattiva?”, poi aggiunge “Non voglio farti del male” e lei risponde “Parlare è facile”.
Il film ambientato negli anni ’80, al posto del linguaggio della generazione X riflette lo spirito delle generazioni Y e Z. Se nel film Lee e Maren si vedono in un viaggio senza orizzonti, gli altrettanto giovani attori che li interpretano trasudano sicurezza e voglia di futuro.

La libertà di essere
Taylor Russel, 28 anni, canadese, sta accumulando partecipazioni e premi come quello vinto alla Mostra del Cinema di Venezia (2022) per il film sullo schermo.
Timothée Chalamet, 27 anni, americano, ha costruito una carriera emblematica, essendo stato anche definito il nuovo James Dean, ma con un fidanzamento con una nuova generazione disposta a smantellare nozioni obsolete di mascolinità.
Oltre alla lodata interpretazione nella superproduzione “Dune” (2021), nel film “Chiamami col tuo nome”, vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale (2018), la sua grande interpretazione gli è valsa una nomination come migliore attore, proiettandolo tra le stelle della scena cinematografica hollywoodiana. In questa produzione italo-francese diretta da Luca Guadagnino, il suo personaggio è Elio, un giovane che vive una breve relazione omoaffettiva sullo sfondo dei bellissimi paesaggi del comune italiano di Crema, in Lombardia.
Così, con audacia, leggerezza e personalità, Chalamet continua a rompere i tabù. Uno dei più recenti è stato essere il primo uomo a comparire da solo nella copertina di British Vogue nei suoi 106 anni di storia.
Nell’intervista ha parlato della sua carriera, della sua maturità e del suo rapporto con i suoi milioni di follower sui social network. In contrasto con l’angoscia del cannibale Lee, Chalamet dice di sentirsi “padrone del suo destino e capitano della sua anima”.
Per il modo amorevole e libero con cui affronta la vita, sembra rivolto a tutti noi il discorso del personaggio Jack, un altro cannibale che, incrociando la strada di Lee, gli dice: “Forse l’amore ti renderà libero”.

Arnaldo F. Cardoso