La ciénaga

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Sommario

“La ciénaga” di Lucrecia Martel (2001)

Ciénaga \TjénaVa\ (s.f.) – palude, pantano, acquitrino.

La ciénaga, della regista argentina Lucrecia Martel, è un’opera da cui emergono corpi e odori in modo concreto e sensibile, eppure non del tutto realistico. Tutto sembra immerso in una pellicola umida che non ci mostra il vero volto della storia e delle persone.

La palude è il regno della famiglia borghese, dell’inerzia e del decadimento in cui i personaggi, che siano adulti, adolescenti o bambini, sono intrappolati. La sequenza iniziale, rallentata, quasi sognante, ci fa subito sprofondare nel caldo umido, nella sporcizia, nell’ozio e nella noncuranza.

Un gruppo di persone siedono su sdraio e sedie lungo il bordo di una piscina piena di acqua torbida, sta per piovere. La padrona di casa, Mecha, passa a raccogliere i bicchieri con un fondo di vino o liquore rosso, cade e si ferisce con i vetri. Le figlie la sentono dalla stanza in cui stanno riposando e corrono subito da lei, tutti gli altri rimangono immobili e indifferenti.

Vediamo in seguito come le ferite e gli sfregi caratterizzino anche altri componenti della famiglia: il figlio minore Joaquim ha perso un occhio, un altro è pieno di tagli sul viso e sulle braccia, il figlio maggiore viene coinvolto in una rissa e ne esce con il volto tumefatto.

L’alcol è una presenza altrettanto costante. Il marito di Mecha è sempre ubriaco e lei, dopo la caduta, trascorre le giornate sul letto con un bicchiere in mano.

La cugina Tali la raggiunge ogni tanto insieme al marito e ai bambini. Le due donne progettano un viaggio in Bolivia che probabilmente non avverrà mai.

Il film si svolge interamente a La Mandragora, una casa di campagna nel nord dell’Argentina. È estate. La città è lontana, evocata di tanto in tanto.

Le piogge tropicali e il rigoglio del verde travalicano le psicologie.

Joaquim, insieme ad altri, esplora la boscaglia armato di fucile, osserva l’agonia di una vacca impantanata nel fango, spara.

I ragazzi e le ragazze stanno spesso dentro l’acqua. Piscina, lago, fiume, pioggia non danno refrigerio o sollievo, piuttosto avvolgono i corpi, sempre seminudi ma mai liberi.

L’acqua scorre continuamente anche dentro casa (in docce, rubinetti, ghiaccio sciolto nei bicchieri) su un’intimità ambigua in cui nessuno ha il suo posto, nessuno ha il suo letto. Nelle stanze vediamo ancora gli stessi corpi, in contatto fra loro, intorpiditi, esitanti, se non sofferenti e inascoltati.

Nel frattempo la TV narra in modo ossessivo di un’apparizione della Santa Vergine e il film sfocia lentamente verso un evento fatale, che avviene in piena solitudine e silenzio.

Laura Bucciarelli